Scienziati e ricercatori si differenziano da stregoni, maghi e astrologi per la prudenza dell’approccio: sanno di non sapere, e dunque si sforzano di cercare la verità delle cose.
Adesso non c’è virologo, esperto, centro statistico che non diffonda le proprie “impressioni”. C’è chi ha detto che i contagiati, in Italia, dovrebbero essere il doppio di quelli individuati; chi sale a 5 volte, chi a 10.
Spunta anche uno “studio” dell’Imperial college di Londra secondo il quale in Europa il Covid-19 avrebbe già infettato dai 7 ai 43 milioni di persone. Per l’Italia si parla di quasi 6 milioni, vale a dire uno di noi su 10; e, visto che la diffusione è diversa da Nord a Sud, che in Lombardia potrebbero essere uno su cinque, e in aree più intense come Bergamo uno su tre.
Rispondono i vertici dell’Istituto Superiore di Sanità che l’ipotesi che viene da Londra è da considerarsi “improbabile”.
Non sarebbe più semplice, e soprattutto più serio, se dicessero che non sanno come stanno le cose, ma stanno lavorando per accertarle per suggerire decisioni alla politica?
A dare i numeri sono anche quelli che cercano di prevedere quando l’epidemia scenderà e si potrà ridursi a nuovi contagi zero (o quasi zero) come pare sia avvenuto in Cina nell’arco di due mesi.
Chi calcola dopo Pasqua, chi a fine aprile, chi a maggio. Si chiacchiera del 4 maggio per un ritorno graduale alla quasi-normalità con ripresa di attività, industria e commercio. Ma tra gli esperti c’è chi è più ottimista, altri pessimisti.
L’opinione pubblica è disorientata. Scruta le notizie sperando di trovarne qualcuna che dia un po’ di sollievo all’ansia che ci opprime; attendiamo tutti il bollettino delle 18 coi decessi, i contagi, i ricoveri.
Dicendoci di chiuderci in casa (sperando di non sentirsi male, perché allora diventa difficile trovare il medico o l’ospedale che ti dia retta e ti curi) ci hanno già confessato, di fatto, che non sanno quasi niente: ogni cittadino deve comportarsi come se fosse contagioso, e non avvicinarsi a nessuno. Anche perché il contagio potrebbe venire proprio da chi incontriamo.
Non è uno smacco per esperti e scienziati confessare di non sapere. Aiuterebbero tutti noi se parlassero o scrivessero soltanto quando sono certi (diciamo abbastanza certi). Le chiacchiere da bar, da incompetenti, (telefonate, chat, mail e tutto il resto), ce le facciamo già tra noi.
Di questi tempi viviamo di dubbi. Se loro, gli esperti, non hanno risposte precise, facciano a meno di darle.
Marco Volpati


