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Il piccolo Gabrio ha ragione: la vita virtuale stanca, abbiamo bisogno di relazioni ed emozioni vere
Ieri abbiamo pubblicato sul Giornale Metropolitano le riflessioni del giovanissimo Gabrio sul periodo di quarantena forzata provocata dal coronavirus (clicca qui per leggere l’articolo). Le sue considerazioni sono diventate lo spunto per un’analisi della psicoterapeuta e psichiatra Federica Mormando. La potete leggere qui di seguito.
Da molto tempo contrasto la debolezza instillata nei bambini e presente in molti adulti, quella debolezza viziata che induce a considerare la fatica come un demone malvagio e la stanchezza come un ingrato destino per i poveretti che devono lavorare.
Ed ecco sbucare la voce di un bambino che ha capito come ci siano tanti tipi di stanchezza, e come quella “di prima” fosse sana, a differenza di quella di adesso.
Stanchezza e fatica sono corroboranti se retti da uno scopo, che si raggiunge proprio attraverso la fatica, grande alleata della forza. Nell’era del virtuale al posto del reale, delle videodipendenze che annullano la socialità, Gabrio ha avvertito e capito che il virtuale “stanca”. Stanca perché non è fisiologico, azzera l’empatia, la comunicazione, il tatto, lo spazio, il tempo. Il registro elettronico non sostituisce lo sguardo dell’insegnante né il brusio dei compagni: una macchina non è umana. E poco reali i giudizi degli insegnanti, i compiti online, i faccini e le voci che una ad una traversano il video, senza l’immediatezza del rimprovero, della discussione, del sorriso, senza la possibilità di reagire agli stimoli disturbando, chinando la testa, andandosene, nella vasta gamma delle risposte di ognuno. Stanca perché è soltanto, innaturalmente, mentale. È la combinazione di stanchezza fisica e mentale, con prevalenza di quella fisica, che favorisce il sonno corroborante e indispensabile. Quella solo mentale favorisce l’insonnia, l’agitazione.
Correre in squadra attraverso un prato non è come cliccare nella salita ai livelli; nell’apparente realtà dello schermo bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, bisogna restringere l’esperienza in confini artificiali, azzerando alcuni sensi. La nostra percezione della realtà è data dall’integrazione delle informazioni che ogni senso ci passa, sesto compreso. La limitazione, come ben sanno i carcerieri, disumanizza, deprime, abbassa il livello della concentrazione e la volontà di resistere. Il nostro stato di adesso non è quello dei carcerati in isolamento, ma ne ha alcune caratteristiche, in piccolo. E “in piccolo” Gabrio denuncia la nostalgia per la stanchezza sana, che coinvolge il corpo, la mente, le emozioni, l’affettività, la relazione a tre dimensioni.
Bravo Gabrio!
Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra
Nella foto in alto Federica Mormando e il piccolo Gabrio


