Attualità, In Evidenza
Coronavirus, Michele Focarete racconta la vita di clochard e poveri costretti a vivere a cielo aperto
“Meglio restare a casa, ma io la casa non ce l’ho”. Lo mormora allargando le braccia Maria, che dice con accento romeno di avere 52 anni. Si muove qua e là per la città, con preferenza zona Stazione Centrale. Prima della pandemia era tornata al suo Paese, a Sibiu, in Transilvania, per assistere la mamma malata. Al suo ritorno, l’amara sorpresa: aveva perso il lavoro da badante. Così è finita a dormire nel mezzanino della Stazione Centrale, che di notte si trasforma in una sorta di accampamento.

Così pure Marco, un po’ più in là con l’età, ma anche lui dopo 40 anni passati a guidare camion e fare lavoretti per gli altri, è lì, su un muretto poco distante, con il suo carico di valigie piene e di bicchieri vuoti. Mentre Renato e un suo amico, un uomo dai grandi occhi azzurri e la barba lunga e bianca, sono invece seduti dall’altro lato della stazione per riscaldarsi al sole caldo di maggio.
Ma c’è anche Raul, un peruviano di 43 anni, da sempre in Italia. Addosso ha un jeans, una felpa sdrucita e scarpe pulite. Accanto a lui ci sono una bottiglia di Coca Cola e un bicchiere, miseramente vuoto, per le monetine. È seduto in via Vittor Pisani, davanti alla filiale di una banca, in una delle zone più note della Milano della finanza e del lavoro.
Maria, Marco, Renato, Raul e un intero esercito come loro sono nel resto della città. Dove il rischio contagio è ancora alto e anche in questa seconda fase di coronavirus non bisogna abbassare la guardia.

Ma per chi un tetto sopra la testa non ce l’ha, se ne sta fuori, in strada. Costretti a rifugiarsi in una angolo buio di una stazione deserta, con i decreti sicurezza che per alcuni di loro non hanno alcun senso. E il rischio di un contagio è più che una eventualità remota. Così, i clochard si affidano alla sorte e alla cure dei volontari non solo della Croce Rossa, dei City Angels e di altre associazioni per scongiurare l’incedere del virus. Ma non è abbastanza. Lo scorso marzo un senzatetto era risultato positivo al tampone e il Comune aveva disposto la chiusura di uno dei centri di accoglienza gestiti dall’Amministrazione locale. Le persone con cui aveva avuto contatti si trovano ora in isolamento in un’altra struttura.

In Italia ci sono circa 50 mila clochard di cui oltre 3 mila presenti nel capoluogo lombardo. Il Comune insieme con alcune associazioni ha istituito circa 2700 posti letto. Dunque, più di 300 clochard sono a spasso e molti di quelli che dovrebbero stare nei centri, vagano ugualmente per la città anche per loro scelta. Soprattutto dopo il 4 maggio quando ha preso il via la seconda fase, la fine del lockdown. Ma l’epidemia anche di questi tempi potrebbe spazzare via gli sforzi fatti finora, perché esiste l’obbligo del distanziamento sociale e l’invito a tenere la mascherina e in certi casi anche i guanti. Qualcuno prova a lanciare un timido appello sui social: “Non lasciamoli soli, noi che siamo al sicuro nonostante l’incertezza dell’emergenza”. Ma è un grido d’aiuto che sembra destinato a cadere nel vuoto, schiacciato dal boato di una pandemia che sconvolge e al tempo stesso silenzia. “In genere – spiega Mario Furlan, fondatore dei City Angels – i centri che posso assistere i senza tetto chiudono i battenti il primo aprile. Ringrazio il Comune che ha mostrato sensibilità al problema procrastinando la data al primo giugno, prestando attenzione nei confronti dei clochard e dei cittadini. Certo, il mio sogno sarebbe quello di tenere aperti i centri tutto l’anno, ma purtroppo non si può”.
E ai senza tetto si aggiungono poi migliaia di persone che hanno richiesto aiuto per problemi abitativi, tra migranti e non. Gente che vive in stabili occupati e nei campi rom e circa 300 invisibili che sfuggono al sistema.
Michele Focarete



