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Conosciamo Alfonso Bonafede, da ex vocalist a ministro della Giustizia. Il ritratto di Mario Nanni

Maggio 11, 2020

Da studente, quando ancora non era stato toccato dalla grazia del verbo grillino,  ha fatto il deejay e il vocalist nelle discoteche del suo paese. 23 anni dopo,  ministro della Giustizia, si esibì nella trasmissione radiofonica ‘’Un giorno da pecora’’, dove i due conduttori gli fecero rivivere i tempi andati, E Alfonso Bonafede tornò a essere il deejay Foffo, ma stavolta fingendo di annunciare al pubblico Beppe Grillo, Di Maio, Di Battista, nel registro alto e basso della voce e dicendo ‘’in alto le mani, le mani verso il cielo’’. A 19 anni lasciò Mazara del Vallo, importante centro peschereccio di origini normanne e dall’impianto urbanistico arabo, per andare a studiare in Toscana, dove è stato eletto per due volte deputato, nel 2013 e nel 2018. Si candidò nel 2009 a sindaco di Firenze, l’anno in cui vinse Renzi, classificandosi il settimo dei nove candidati alla guida di Palazzo Vecchio: prese solo l’1,8 dei voti..

A Firenze ha studiato Giurisprudenza e si è specializzato a Pisa, in diritto civile, e ha fatto l’avvocato civilista. Nel città del giglio conobbe Giuseppe Conte, che lì insegnava diritto privato: questo incontro si è rivelato fatale per Bonafede: ha cambiato la vita a lui e allo stesso Conte. Fu Bonafede infatti a presentare il professore pugliese ai dirigenti del Movimento 5 stelle. E così, quando l’allora perfetto sconosciuto docente di Volturara Appula si presentò al Quirinale proclamandosi il difensore del popolo italiano avendo avuto l’incarico di fare il governo, scelse il suo mentore Bonafede tra i suoi ministri.

 E, ricordando il suo passato di allievo, e le sua esperienza di deputato della commissione Giustizia nella legislatura precedente, gli affidò uno dei Ministeri da sempre cruciali nella storia italiana, lontana e recente, il Dicastero di via Arenula, al quale puntava un altro pentastellato, Nicola Morra, ora presidente dell’Antimafia. Per il ministero della Giustizia sono passati giuristi di fama, principi del Foro come Conso, Vassalli, Pisapia, lo stesso Moro, Palmiro Togliatti, ma anche  quattro ministri leccesi: Giuseppe Grassi, tra i firmatari della Costituzione, Michele De Pietro, Oronzo Reale e Cesare Salvi. Sono cinque se comprendiamo Moro, di origini salentine, e diventano sei se contiamo Giuseppe Pisanelli, primo ministro della Giustizia del Regno d’Italia, con Cavour.

Altre ragioni per cui Bonafede non cadrà sotto la ghigliottina di Salvini sono tutte politiche. L’avvocato siciliano, da quando Di Maio ha smesso i panni del responsabile politico dei 5 stelle, è diventato ‘’capo della delegazione’’ dei pentastellati nel governo. Ciò significa che ogni volta che Conte riunisce un comitato ristretto di ministri per consultarsi o avviare delle decisioni convoca i rappresentanti dei partiti della coalizione: per i 5 stelle partecipa appunto Bonafede. Che succederebbe dunque se il capo della delegazione 5 stelle fosse sfiduciato? Cadrebbe il governo. E’ un rischio possibile, se per esempio Renzi si decidesse ad appoggiare la mozione di Salvini;  e forse proprio su questa eventualità il leader della Lega avrà fatto affidamento.                                                                                                                                            Ma ancora una volta, sghignazzano nel Pd, Salvini c’è cascato nel gioco di Renzi, che, invece, approfitta della difficoltà di Bonafede per trattare con Conte la regolarizzazione dei 600 mila immigrati. Infatti la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, a sua volta capo delegazione di Italia Viva, aveva minacciato: se non passa questo provvedimento, che serve a tagliare le unghie al caporalato e agli schiavisti di manodopera nelle campagne, mi dimetto. E dimettersi significherebbe che il minuscolo ma decisivo partito di Renzi si sfilerebbe dal governo. Ed ecco il crocevia di cui parlavamo prima: Conte corre ai ripari per salvare Bonafede, e dovrà concedere a Renzi il provvedimento sulla regolarizzazione dei lavoratori immigrati, e  quando si voterà la mozione salviniana, Italia Viva non l’appoggerà.                                                                                                                                            E l’opposizione tornerà a gridare, come ha già fatto, al ‘’vergognoso baratto’’: salvataggio del ministro in cambio del provvedimento Bellanova. Insomma Conte lavora per Bonafede, cui deve in fondo l’incontro fortunato che ha acceso la sua carriera, ma lavora anche per salvare il suo governo, ancora impegnato nell’emergenza coronavirus tutt’altro che conclusa. E una crisi al buio sarebbe quantomai dannosa, sgradita al Quirinale, non utile al Paese.

Nel Pd e nello stesso movimento 5 stelle, dove Bonafede non ha tutti amici, qualche senatore ha chiesto: ma si voterà a scrutinio segreto o palese?  La domanda non è peregrina: se si votasse a scrutinio segreto, ma il regolamento del Senato non lo prevede,  Bonafede sarebbe bell’e fritto. Sarebbe una festa per i franchi tiratori, ansiosi di liberarsi di un ministro criticato per la gestione di un ministero così delicato.

Che sia delicato però non è colpa di Bonafede: è un ministero che ha a che fare con la giustizia, con le carceri, con i diritti, con la magistratura, un potente ordine giudiziario che in certe fasi della storia del Paese ha svolto, per incapacità o debolezza di una classe politica talora travolta da fenomeni di corruzione,  una funzione di supplenza, talvolta salutare e tuttavia anomala in uno Stato di diritto dove la separazione dei poteri non dovrebbe solo essere teorizzata, come prevede la Costituzione, ma anche concretamente operante.

In questo campo obiettivamente minato, Bonafede fin dall’inizio si è mosso, più che con l’accortezza del politico, con la passione urticante del giacobinismo grillino. La  legge contro la corruzione, che sbarra per sempre la porta dello Stato agli appaltatori disonesti, è stata chiamata ‘’spazzacorrotti’’; c’è una violenza rivelatrice nelle parole che denota un approccio ideologico ai problemi. Ricorda altre formulazioni aggressive come la ‘’rottamazione’’, di renziana memoria, che suscitò dissensi: si rottamano i frigoriferi, le auto, non le persone; del resto il Papa, che una sinistra orfana di grandi leader cita spesso come esempio e testimonianza, ha denunciato la ‘’cultura dello scarto’’. Avendo a che fare con la magistratura, un ministro della Giustizia ha bisogno di particolari doti: oltre che di competenza, anche di tatto, diplomazia e di equilibrio politico. Bonafede si è impegnato da subito, ma sui temi caldi ha dovuto sudare, come ha detto egli stesso in una audizione parlamentare, ‘’500 mila camicie’’.

 Per esempio, sulla prescrizione. Dove c’è da contemperare, da una parte, le ragioni di questo istituto di garanzia che salva il cittadino dal rischio di processi interminabili; e dall’altra, l’esigenza dello Stato di perseguire i reati, indagando e processando per garantire giustizia.  Bonafede ha pensato di trovare un punto di equilibrio mettendo uno stop alla decorrenza dei termini di prescrizione dopo il processo di primo grado.  E l’ha strombazzata come ‘’conquista di civiltà’’. Ohibò, gli hanno replicato da più parti; chi garantisce al cittadino che poi sarà processato negli altri gradi di giudizio in tempi ragionevoli, come del resto prevede l’articolo 111 della Costituzione e l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani? Non c’è il rischio, non solo teorico, che un cittadino sia sotto processo a vita? A Bonafede, poi, il presidente della Cassazione Giovanni Mammone e il procuratore generale Giovanni Salvi hanno spiegato che una simile norma creerebbe l’accumulo di una montagna di processi, tale da rendere ingestibile il sistema giudiziario. Bonafede però va avanti per la sua strada, e controbatte ricordando che nel 2017  sono stati prescritti 125 mila processi, adombrando tra i responsabili anche gli avvocati, che avrebbero interesse ad allungare il brodo per arrivare alla prescrizione. Gli ha ribattuto l’on. Enrico Costa, di Forza Italia: quanti processi vanno in prescrizione già nella fase delle indagini preliminari dove l’avvocato non tocca palla? E’ illuminante, per capire il personaggio Bonafede, vedere il suo esordio di ministro davanti alla commissione parlamentare Giustizia: si presentò come il  ‘’chirurgo’’ deciso a tagliare norme errate,  confuse,  fatte dai suoi predecessori accusati di ‘’riformite’’( pizzicato su questa mancanza di senso storico, e di senso di continuità almeno burocratica, poi rettificò). I magistrati che vogliono far politica- disse – se lo scordino poi di tornare alla magistratura dopo il mandato parlamentare. Gli obiettarono, dal Pd, che se temeva contaminazioni e commistioni, questo discorso andava applicato anche ai magistrati che vanno a svolgere incarichi negli uffici del ministero. Bonafede liquidò l’obiezione facendo spallucce: quei magistrati non fanno politica.                                                                                                                            Ma la veste con cui  Bonafede soprattutto si presentò fu quella del mortale nemico della corruzione, l’alfiere della ‘’lotta senza quartiere’’. Disse che la lotta alla corruzione ‘’riguarda la lotta alla mafia’’, come se il problema della mafia si possa ridurre solo a un fenomeno corruttivo, o che la corruzione sia sic et simpliciter una questione di mafia. Ma proprio sulla corruzione, che poi è l’architrave ( parole sue, prese dai testi stenografici della seduta) della sua azione ministeriale, ‘’il virus culturale e sociale’’  da combattere ‘’come nessun ha fatto in precedenza altro nel nostro Paese’’ , scivolò in un infortunio nell’Aula della Camera, quando a un certo punto sostenne: ‘’Non c’è bisogno di raccontare la corruzione; la corruzione si vede a occhio nudo, si respira nell’aria; quando cade un ponte, una casa, c’è sempre dietro una storia di mazzette e di risparmio sui materiali’’. E ancora: Ogni volta che un giovane è costretto a scappare dal nostro Paese è perché lo considera un Paese corrotto’’.

 Diceva e ripeteva queste parole d’ordine senza ombra di sfumature,  come una lezione imparata a memoria, mentre dai banchi dell’opposizione si levavano proteste: ‘’buffone buffone, dimissioni dimissioni, lei ha offeso il popolo italiano’’,  tanto che il presidente Fico fu costretto a sospendere la seduta. Durissime le parole di un parlamentare Dc di lungo corso, Bruno Tabacci, che accusò Bonafede nientemeno di ‘’eversione costituzionale: il suo è un discorso che non ha fatto onore al Parlamento e da cui non promana né disciplina né onore’’. Lo stesso presidente Fico dovette difendersi dall’accusa di non aver zittito il ministro: non posso giudicare o impedire a un ministro di fare le sue dichiarazioni.  Bonafede guardava e taceva, all’uomo non manca una certa pervicacia, tipica a volte di chi ritiene di essere dalla parte del giusto.

La corruzione, chi lo nega, è una piaga del nostro Paese, ma nel modo di Bonafede di affrontare il fenomeno c’è un sovrappiù di tribunizio, di giacobino, di tagliatore di teste, ma soprattutto il rischio di generalizzazioni che alla lunga rischiano di ingenerare sfiducia nel cittadino, invece di tranquillizzarlo. A un ministro della Repubblica, a un ministro della Giustizia, non si addicono certe affermazioni così pericolosamente generalizzanti, fatte per giunta in un’aula parlamentare, dove i discorsi vengono stenografati, anche per la storia e le ricerche future. Già la giustizia da sempre è un pianeta di luci e di ombre. Processi penali lunghi, processi civili interminabili (anche su questo Bonafede ha avanzato le sue proposte), per colpa di un sistema giudiziario ingessato. Se si facesse un sondaggio sul grado di fiducia del cittadino nella giustizia, oggi in Italia, forse non sarebbe alto. C’è una diffidenza antica del cittadino, un misto di paura e di sfiducia. Non è certo di oggi un detto, attribuito a Francesco Carnelutti e anche a Salvemini, ma ha origini più antiche, che spiega questo atteggiamento: Se ti accusassero di aver rubato (chi dice stuprato) la statua della madonnina del Duomo di Milano, non pensare a difenderti, per quanto sia assurda l’accusa, ma scappa. E’ il timore di incappare nelle maglie della giustizia e di non uscirne più.  Risale a secoli fa un detto toscano: la giustizia del bargello ha le ali quando deve prendere, ma quando deve lasciare ha la gotta.

Ecco, ad accrescere questo sentimento di diffidenza secolare, che non dovrebbe esistere in una società democratica matura, e in un compiuto Stato di diritto,  contribuiscono anche  atteggiamenti ispirati al populismo e all’ antipolitica che già tanti guasti ha prodotto nella formazione del sentimento nazionale. Atteggiamenti peraltro in oggettiva consonanza con quello di un ex pm del pool mani pulite, Pier Camillo Davigo. Una volta disse, erano i tempi di Tangentopoli, che l’Italia doveva essere rivoltata come un calzino; poi, che non esistono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca, che non sono stati ancora scoperti. Frasi terribili e amare, a cui Bonafede sembra fare da oggettivo controcanto. In una trasmissione televisiva, il ministro ha detto:  Un innocente non finisce in carcere. E gli errori giudiziari? Fu smentito in diretta, con i dati: dal 1992 al 2018 27 mila persone sono state risarcite dallo Stato per essere stati ingiustamente carcerati.

Nino Di Matteo e Alfonso Bonafede

Poi Bonafede è incappato nell’incidente con il giudice Nino Di Matteo, finito rumorosamente sui giornali. Il giudice, ora componente del Consiglio superiore della magistratura, telefona a una trasmissione tv lanciando un sasso pesante. Per chi non l’avesse seguita, ecco la vicenda in due parole: Di Matteo, giudice coraggioso ma tacciato anche lui di populismo giudiziario, e quindi in un certo senso gradito ai 5 stelle che lo volevano presidente della Repubblica, dice: Bonafede mi aveva offerto nel 2018 la direzione del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria).  Ho chiesto di riflettere. Ma quando sono andato a dire che accettavo, il ministro mi ha detto che l’incarico lo dava a un altro.

Il prescelto era Francesco Basentini, dimessosi nei giorni scorsi dopo le polemiche, e chiamato subito  a infoltire l’esercito dei 450 esperti delle varie task forze di Conte. Nel frattempo da alcune intercettazioni di boss, era uscito fuori che la nomina di Di Matteo non solo non era gradita ai mafiosi ma veniva vista con terrore. Qui è scoppiata la bagarre, un ‘’regolamento di conti tra giustizialisti’’, ha commentato un Renzi gongolante. Dei giustizialisti, che rischiano di essere vittime di se stessi, si può dire quello che Pietro Nenni diceva degli epuratori. Lui se ne intendeva essendo stato, dopo la guerra,  Alto commissario per l’epurazione (dei personaggi più compromessi con il fascismo, nella burocrazia e nei vari apparati dello Stato). Disse Nenni: ‘’a fare il puro, trovi sempre uno più puro che ti epura’’. Sembra un gioco di parole, ma è una grande verità. E’ in fondo la contraddizione interna o dialettica del giacobinismo, mostrata dalla storia: il ghigliottinatore trova anche lui in fondo alla sua strada la ghigliottina che lo aspetta.

Sul caso Bonafede – Di Matteo resta il mistero: Bonafede non ha mai spiegato perché ha cambiato idea. La materia è ancora incandescente, e rischia di finire nel calderone del dibattito parlamentare sulla mozione di sfiducia in Senato presentata da Salvini. Ma le grane per Bonafede non sono finite, come gli esami di Eduardo de Filippo: come affrontare la bufera delle scarcerazioni di 376 persone, tra cui alcuni boss, disposte dai giudici di sorveglianza? Li facciamo tornare in carcere, ha pensato il ministro. Ma nessun decreto al mondo può modificare una decisione del giudice. Un decreto può impedire la scarcerazione, prima che avvenga, come fece il decreto Martelli nel ’91 che impedì che 43 boss lasciassero le celle per scadenza dei termini.  Ed ecco allora  trovato il rimedio, che pare sia stato suggerito a Bonafede dall’ex ministro socialista: un decreto sfornato in tutta fretta ha stabilito che ogni 15 giorni sarà valutato se sussistano ancora le condizioni che hanno prodotto la scarcerazione di mafiosi e personaggi comunque pericolosi (motivi di salute e quindi incompatibilità con la condizione delle carceri), e si dovrà chiedere il parere della Direzione Antimafia e Antiterrorismo. Nelle carceri, altro problema che appesantisce l’agenda del ministro, ci sono oltre ottomila detenuti in più rispetto alla reale capienza delle carceri. Il tetto del ministero di via Arenula insomma comincia a scottare, e la presenza del ministro, pur blindata dai fortunati crocevia prima accennati, dal forte rapporto con Conte, dalla sua posizione di capo delegazione dei 5 stelle, si fa sempre più delicata. Forse Bonafede resterà al suo posto, ma ormai è diventato un bersaglio facile, e l’opposizione certamente non gli farà sconti.

Mario Nanni

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