C’è stata più voglia di salutarsi, di farsi auguri, un po’ strani visto l’esito dei “Buon anno” scorsi, ma più rimpianti perché ostacolati. E si è evidenziato il significato che ha oggi Natale. Anche chi gli scorsi anni si lagnava per le visite di rito – genitori, suoceri, parenti – quest’anno ne ha sentito la mancanza. Per chi Natale equivaleva a montagna, sci, passeggiate, è stato strano stare a casa. Chi è normalmente solo, questo Natale è stato ancora più solo. Effetto anche dei lamenti che da almeno un mese singhiozzano da giornali e schermi, come se la disgrazia non fosse il contagio, il vaccino che chissà, chissà quando chissà per chi. Come se la sventura fosse il Natale in casa. Come se la sventura non fossero i tantissimi senza lavoro, dallo spettacolo agli stagionali, ai ristoratori, a chi s’è visto chiudere fabbriche e aziende. Su questi meno strombazzamenti. Lascio ai lettori l’interpretazione.
Di fatto, s’è visto che a Natale è per i più lontano il ricordo della nascita di Gesù. Così è l’occasione autorizzata di far festa in famiglia, per molti di litigare come ogni anno e di lagnarsi delle fatiche del pranzone o cenone. È la commemorazione della famiglia, che ci sia o no, il rinnovarsi dell’attimo di sorpresa aprendo i regali. Quest’ultimo gesto è in realtà sempre più raro, sia per regali uguali ogni anno o specificamente richiesti, sia per le bustine cosìticompriquelchevuoi. Peccato: è la sorpresa anche piccina che testimonia che mi hai pensato…
La grandinata di messaggini e messaggioni, video, foto, è nata per ingannare il tempo di chi scrive mega-articoli sui social o per reale desiderio di comunicare? Ma no, serve anche per sapere chi si ricorda di noi, benché fugacemente. Ma soprattutto temo sia il piacere di farsi vivi e un’abitudine, con auguri di cui il significato si perde nel tempo. Ma le abitudini ci ancorano alla vita, e non tutti sanno viverne bene la sospensione. Tantomeno la fine.
Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra


