Forse l’Italia ha fatto troppo. Forse troppo poco. Magari ha sbagliato perché ha fatto tanto ma non tutto. Sta di fatto che ormai il mondo ci considera un paese a rischio: da non visitare per prudenza, tenendo anche lontano chi dall’Italia proviene.
Si è osservato che questa è la prima emergenza sanitaria globale che si scatena nell’epoca dei social e della comunicazione immediata (immediata vuol dire velocissima, ma anche senza mediazioni e filtri, compresi quelli del buonsenso e della razionalità).
Se il caso non avesse connotati drammatici – sanitari, sociale ed economici – verrebbe da sorridere: fino a ieri dire che qualche tweet, qualche immagine o filmato era “virale” equivaleva a dire che aveva successo, fortuna, valore economico. Gli influencer puntano sagacemente sulla viralità per arricchirsi di contatti, follower e quindi guadagni.
Che a diventare virale fosse proprio un virus, l’ormai famigerato Covid-19, non lo aveva previsto nessuno; eppure è successo. Le borse crollano (a partire da Milano), la recessione è dietro l’angolo (in Italia, ma chissà magari anche in Europa, per non parlare di Cina e Oriente). Le psicosi dilagano. Chi chiama il 112 per avere un riscontro alle proprie paure (febbre, tosse, disturbi respiratori) e spera di ottenere un tampone e un test che gli dia il responso “fatale”, è costretto ad attese non di ore, ma di giorni: gli operatori telefonici trattano tutti come ipocondriaci e mitomani; in 99 casi su 100 probabilmente è così; ma come individuare l’uno per cento che invece è contagiato davvero?
E c’è già chi dice che lo zelo del governo ha demolito gravemente l’immagine dell’Italia.
Come andrà a finire lo sapremo solo vivendo. Ma siamo immersi nell’epoca della rivoluzione digital-social, e non possiamo venirne fuori.
Una cosa è certa: da oggi in poi “virale”, anche nel mondo di Internet, non sarà più un aggettivo con significato positivo.
Marco Volpati


