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“Shoah, una storia da non ripetere”, convegno Kiwanis on line per non dimenticare
Ha percorso tutta la Calabria interrogando bambini delle quinte elementari e ragazzini delle medie su cosa si intende per shoah. Emmanuele Saccà, docente e scrittore, di Cosenza, è l’autore di un libro molto interessante che ha per titolo “ Pensieri, poesie, disegni sulla shoah” edito da Santelli. “Si scopre attraverso gli elaborati di questi ragazzi – dice Saccà – che circa l’ottanta per cento di loro conosce i fatti ma ritiene che tutti i soprusi, le violenze, i crimini siano stati commessi in paesi ben distanti dall’Italia, ben pochi accennano al coinvolgimento del regime fascista, anche se proprio vicino a Cosenza fu costruito un grande campo di concentramento, quello di Ferramonti “. Ed è proprio partendo da questa constatazione e dai risultati di una ricerca pubblicata a gennaio 2020 dal Corriere della Sera – il 15,6 per cento degli italiani ritiene che la shoah non sia esistita – che Saccà ha preparato e organizzato per l’associazione Kiwanis, un convegno sul valore della Memoria e sulla necessità di scavare ancora per far emergere altre storie di quel periodo buio come quella di due signore Eva Porcilan e Dina Smadar nate e sopravvissute nel campo di Ferramonti. Ora vivono vicino a Tel Aviv e da lì è arrivata la loro testimonianza.

Dice Dina “sono andata via da Ferramonti quando avevo tre mesi all’arrivo degli angloamericani, quindi non ho ricordi della vita nel campo ma mia madre diceva sempre che siamo sopravvissuti grazie all’ umanità degli italiani che governavano il campo, per loro Ferramonti era “un paradiso” al confronto dei campi in Europa dove molti parenti erano morti nelle camere a gas“.

Eva invece è arrivata in Israele a 11 mesi, “nonostante avessi poco più di un anno, quell’esperienza ha segnato la mia vita : guai a buttar via un pezzo di pane, è imperdonabile”. C’è chi ha fatto ricerche approfondite su quel campo, dove ora passa un’autostrada, è il regista Cristian Calabretta autore del documentario “Ferramonti il campo sospeso” sospeso perché sconosciuto tant’è che persino in una grande libreria di Milano è stato rintracciato, solo dopo molte ricerche, un libro il cui titolo è “Ferramonti“ scritto e pubblicato in Inghilterra da un superstite che aveva tenuto un diario molto dettagliato.

Calabretta è molto appassionato: “ ho trovato tante vicende ancora ignote – dice – e mi piacerebbe portarle alla luce ma, sa cosa mi rispondono quando propongo questi temi agli editori o produttori ? Ancora con ‘ste storie di ebrei!! . Capisce quanto è difficile parlare di questo campo e degli altri che pure sono stati costruiti anche in Italia ?”.

Al convegno “Shoah, una storia da non ripetere” ci sono stati interventi di natura storica, psicologica, analisi del peso che hanno i social e la rete nel diffondere messaggi di antisemitismo e di odio in genere. Una deriva a cui ci si può opporre solo intensificando gli sforzi per far conoscere storie di segno diametralmente opposto come quella di Franco Perlasca, commerciante padovano, che, pur potendosi defilare, scelse di aiutare gli ebrei ungheresi. Ospite del convegno, suo figlio, Franco Perlasca che ha ripercorso la rocambolesca storia del padre rimasto a Budapest anche durante la feroce persecuzione scatenata dai nazisti contro gli ebrei sefarditi. Spacciandosi per console di Spagna a Budapest, riuscì a fornire salvacondotti e alloggi sicuri a cinquemila ebrei. “Mio padre, tornato in Italia, non disse nulla in famiglia, abbiamo scoperto cosa aveva fatto solo anni e anni dopo e solo perché alcune donne ungheresi sono riuscite a rintracciare la vera identità del loro salvatore e si sono presentate alla nostra porta”. Ed è per questo che anche il nome di Franco Perlasca è scolpito nel Giardino dei Giusti del museo Yad Vashem a Gerusalem.
Alessandra Rissotto



