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Quando il virus mette in crisi la globalizzazione

Febbraio 19, 2020

Siamo circondati da prodotti che arrivano da Oriente. Indumenti prodotti in Cina, Vietnam o Bangladesh; computer, telefoni e smartphone, i cui componenti sono fabbricati in Cina e dintorni. E’ il mercato globale che sfrutta la possibilità di minimizzare i costi e moltiplicare i ricavi. Nei secoli passati costava di più ciò che veniva da luoghi esotici: sete, gioielli, spezie. Oggi costa meno ciò che arriva da più distante, anche se deve fare il giro del mondo.

Ma se scoppia un’emergenza sanitaria come quella del Corona Virus ecco che tutto rallenta o si blocca, e le produzioni si riducono.

Con la globalizzazione del mercato il sogno di chiudere il commercio nei vecchi confini, di reinventare l’autarchia, non ha nessuna possibilità di realizzarsi. Si è persino scoperto che i dazi introdotti da Trump per proteggere i posti di lavoro degli americani hanno messo in crisi proprio le industrie USA, costrette a spendere di più per materiali e componenti che arrivano dall’estero.

Però, se riflettiamo bene, questa globalizzazione che viviamo è irrazionale, disfunzionale, perché globalizza solo alcune cose, non tutto. Come mai non si globalizzano, oltre al commercio, anche i costi del lavoro e i diritti delle persone? Se un operaio, un artigiano, un sarto costasse (e guadagnasse) più o meno lo stesso in USA come in Thailandia, in Italia come in Turchia, eviteremmo di dover spostare merci, e anche persone, da un continente all’altro solo per ridurre i costi (e i prezzi).

Questa dinamica che abbassa il costo e la remunerazione del lavoro, si estende sull’asse Ovest-Est. In Romania, Bulgaria, Serbia, Croazia o Albania un reddito mensile di 500 euro a persona è dignitoso, mentre da noi vuol dire povertà. Perciò si delocalizzano le aziende. Con l’Estremo Oriente il divario è più forte.

Tutto questo accade per lo squilibrio del “potere d’acquisto”. Circa metà della popolazione mondiale dispone di un reddito pro capite di 2 dollari al giorno. Non possono permettersi, se non con enormi rinunce, uno smartphone oppure un farmaco salvavita. Invece a casa loro possono assicurarsi cibo, riparo e vestiario sufficienti ad una vita modesta ma non miserabile.

Con quei 2 dollari (circa 1 euro e 80 centesimi, un prezzo di cappuccino) in USA, Canada, in tutta Europa nessuno sarebbe in grado di sopravvivere: vivrebbe di assistenza o carità.

Se i costi fossero livellati nel mondo chi penserebbe di produrre in Cina una t-shirt che si vende a Roma, Parigi, Londra o New York?

Dunque è il gap di potere d’acquisto il principale responsabile delle convulsioni di oggi.

Se ragioniamo in termini di “economia globale”, cioè calcolando tutti i costi – economici beninteso, non umani – della attuale globalizzazione imperfetta, la movimentazione di merci e servizi tra i continenti comporta più danni che benefici. Se poi scoppia un allarme per possibili pandemie, tutto si aggrava.

Chissà che il Corona Virus non produca una razionalizzazione e un nuovo equilibrio mondiale meno frenetico, ma più conveniente per l’umanità intera.

Marco Volpati

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