Milano si prepara a riaprire. Piano piano. Senza troppa fretta. In un nuovo panorama sociale in cui dovrà mancare – per forza di cose – la fisicità. Si cercano le mascherine, a volte introvabili. Stessa cosa vale per i guanti. In uno scenario di apocalittica memoria, che ha visto la metropoli lombarda abbassare le saracinesche e salutare i tramonti più silenziosi degli ultimi anni, Milano prepara la strada al lavoro. “Dal 4 maggio riapriamo parchi e aree verdi. A Milano abbiamo 25 milioni di metri quadrati di verde, tra pubblico e privato, che vuol dire 18 metri quadri di verde per ognuno di noi. Cercheremo di vigilare che non ci siano assembramenti e che vengano utilizzati in maniera corretta – così il sindaco di Milano, Beppe Sala, in un video su Facebook -.
Oggettivamente sarebbe irrealistico promettere una vera vigilanza e che tutto sia nel rispetto delle regole. Mi appello al vostro buonsenso. Se alla riapertura dovessimo vedere elementi di rischio li richiuderemo, ma ora è giusto riaprire”. Elio Vittorini, in “Uomini e no”, raccontava la resistenza partigiana a Milano, sempre più ferita, durante l’occupazione tedesca: “splendeva il sole sulle macerie del ’43; splendeva ai Giardini, sugli alberi ignudi e sulle cancellate; splendeva, ed era una mattina nell’inverno, era gennaio”. Adesso, qui da noi, è aprile. Anzi, ormai è quasi maggio. Milanesi stanchi, quelli che si sono rinchiusi nelle proprie case, non indosseranno più i capi pesanti. E come in Vittorini che, indagando profondamente nei pensieri di un giovane combattente clandestino (nome in codice Enne Due) che si interroga sulla natura dell’essere umano, sul significato di essere nel mondo e sul proprio agire, i milanesi hanno spesso fatto questo, negli ultimi due mesi. I meneghini hanno vissuto, quasi in presa diretta, una trasformazione radicale della propria vita. Meno rumore. Niente velocità. Stalli incalzanti quasi a passo di danza. Quella danza che la Scala, luogo simbolo di questa città ferita, riproporrà a settembre. Forse. Si spera. Senza troppa fretta. “Egli voleva conoscere che cos’era quello che stava distruggendo; il vecchio e il vivo, e dal basso, tra i cani, guardava l’uomo nudo davanti a sé. […]. Sembrava che volesse tutto di quell’uomo sotto i suoi colpi. Non che per lui fosse uno sconosciuto. Che fosse davvero una vita. O voleva soltanto una ripresa, e riscaldar l’aria di nuovo”, ci insegna in fondo Vittorini. Perché resistere, in fondo, è per resistere.
Alessandra Pirri


