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Arte & Cultura, In Evidenza

Michele Focarete presenta il libro di Saverio Cerè “Pecore Eccellenti” ricordando il loro passato al quotidiano La Notte

Maggio 13, 2020

L’autore, milanese, classe 1960, ha mosso i primi passi di apprendistato giornalistico alla Tribuna di Sesto, capitanata dai fratelli Gallizzi, per poi approdare al giornale del pomeriggio La Notte alla fine degli anni ’80, sotto la direzione di Cesare Lanza. Catapultato in cronaca, insieme con me, dall’alba al tramonto in cerca di notizie da sfornare nelle tre edizioni giornaliere del quotidiano fondato dal grande Nino Nutrizio.  Prima aveva occupato scrivanie di quotidiani nazionali e locali fino alla sua ultima meta, la Prealpina, per occuparsi di cronache, economia e attualità. Come autore Saverio Cerè ha pubblicato racconti sulle riviste letterarie “Il Racconto” (Editore Crocetti) e “Delitti di Carta” (Edizioni Clueb).

Saverio Cerè

“Pecore eccellenti” (156 pagine, 14 euro) è un intrigo (im)probabile maturato negli ambienti di una Corporation del fast food, ma nello stesso tempo è favola politica e satira di costume. Il romanzo richiama lo schema della grande organizzazione che per tutelare i propri interessi è disposta a divorare con ferocia chiunque vi si opponga. 

Tutto inizia quando il direttore generale delle filiali milanesi della Corporation ha la bizzarra idea di innovare assumendo un pasticcere, il che scatena un paradossale corto circuito: il pasticcere sfornerà una mela in crosta così buona che conquisterà il pubblico a scapito di hamburger e patatine. Tutti vorranno solo quel dolce lasciando perdere il cosiddetto cibo spazzatura. Ma il successo della mela in crosta genera caos: è una rivoluzione che innesca la reazione, una riforma eretica dei palati che attira la controriforma. E così tra restaurazione e ristorazione il dramma, giocoso, è bell’e che servito. 

Il libro scorre e intriga non poco, perché la favola politica si intreccia con una arguta satira sociale e insieme si calano in una cornice thriller con accenti surreali. Il dottor Antonio è il grigio manager milanese di una multinazionale del fast-food. Alcune sue scelte metteranno in crisi il disegno omologante della corporation in cui il cibo diventa strumento di potere. Ne subirà le conseguenze in un crescendo di disavventure sul crinale del grottesco, accompagnato da una parata di personaggi dall’umanità solo probabile e a tratti commovente.

La penna di Cerè è quella di romanziere dai lunghi trascorsi. Nessuno direbbe mai che “Pecore eccellenti”, è il primo e, a non modesto parere, ne seguiranno altri e altri ancora. La descrizione della segretaria Sofia ne è una dimostrazione di quanto l’autore riesca a soffermarsi sui particolari con leggerezza non priva di acume: <Sofia, la segretaria – si legge nel libro – gli suscitava reazioni contrastanti. Quando entrava nell’ufficio sulle lunghe gambe, inguainate in jeans attillati, provava d’acchito un languoroso rimescolio, un appetito sessuale al quale si abbandonava volentieri, sospendendo ogni remora ispirata ai doveri di fedeltà coniugale. Risaliva con lo sguardo dalle gambe toniche ai fianchi sinuosi, fino ai piccoli seni che spingevano sotto maglie di leggero cachemire (quel giorno sulla tonalità del miele) indossate a pelle. Ma gli bastava poco per sentirsi assolto da quel piccolo peccato di lussuria. Sofia aveva grandi, espressivi occhi chiari di un azzurro limpido e quieto, il colore di un mare sognato e lontano. Tuttavia, i lineamenti del volto erano mortificati da una volubile asimmetria con cui la natura aveva giocato pesante. Ogni appetito sessuale scompariva all’istante, lasciando il posto a una svogliatezza che induceva a voltarsi da un’altra parte. Sofia era la segretaria perfetta, diceva sempre sua moglie Annetta: efficienza e dedizione sposata alla maionese impazzita di un fisico incoerente. E quando capitava alle due donne d’incontrarsi, Annetta non risparmiava alla subalterna del marito complimenti venati di sfrontata crudeltà femminile: “Sofia, lei è così bella che se Picasso l’avesse conosciuta avrebbe smesso di dipingere e sarebbe diventato fotografo”. Sofia sorrideva come una Gioconda fuggita dal Guernica.

Un romanzo che sa di demodé con squarci avveniristici. Che sa di attualità come in certi accenni della politica che tanto calzano ai giorni nostri: <Certo, la politica dovrebbe consentire libertà di scelta, rendere le cose semplici e dare certezze. E al giorno d’oggi, con il vuoto che c’è in giro, dare certezze è opera meritoria, mi creda. Chi viene da noi trova tanti panini con nomi e ingredienti diversi: si può scegliere. Anche se, detto tra noi, cambia poco tra un hamburger con formaggio o pancetta oppure con il pollo. Poi le patatine fritte contribuiscono ad amalgamare e appiattire. E le salse in bustina danno il colpo di grazia. insomma: noi certifichiamo un sapore riconoscibile, diamo una certezza. Educhiamo, mi passi l’espressione, a non pretendere troppo, a non volere nulla di più di ciò che viene offerto. Semplifichiamo. A pagamento, si capisce…. >

Anche i dialoghi sul finale del libro mostrano acutezza politica d’un tempo che fu, riportata ad oggi. <Governare i dipendenti di un’azienda è di sicuro più gratificante che governare un popolo…. <In un’azienda gli obiettivi sono quasi sempre prefissabili e raggiungibili. In politica, con i popoli, le cose vanno in modo diverso. Governare gli italiani non è faticoso, è inutile>.

Fantasioso. Bene imbastito. Si fa leggere tutto d’un fiato e lo consiglio soprattutto in tempi di pandemia, dove incanalare il tempo sembra cosa faticosa.

Michele Focarete

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