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Attualità, In Evidenza

Marco Volpati ricorda Walter Tobagi: il suo insegnamento è più attuale che mai

Maggio 23, 2020

Oggi avrebbe 73 anni. Quando lo assassinarono a Milano, in via Salaino, a pochi passi da casa sua, Walter ne aveva compiuti da poco 33. L’Italia intera rimase colpita dalla ferocia di chi aveva deciso di uccidere, sparandogli alle spalle, un brillante giornalista e intellettuale, padre di due bambini, figlio unico; un vero fenomeno nel suo campo. Aveva già pubblicato diversi saggi di politica e sui sindacati; era anche uno studioso di storia, tanto che i suoi maestri della Statale, Rumi e Vigezzi, avevano sperato che tra il giornalismo a tempo pieno e la carriera universitaria potesse scegliere quest’ultima. Ma per lui scrivere di attualità, fare il cronista, approfondire gli avvenimenti giorno per giorno era un richiamo troppo forte; e così aveva imboccato la sua strada.

Walter Tobagi

E non solo. Trovava anche il tempo e le energie per parlare ai ragazzi e agli adulti all’oratorio della chiesa di Santa Maria del Rosario, in via Solari. E per occuparsi, in veste di sindacalista, dei diritti e degli interessi dei suoi colleghi. Con il successo raggiunto nel mestiere avrebbe potuto concentrarsi su se stesso: invece spendeva tempo ed energie per occuparsi degli altri.

Sulla società e sullo spazio che tocca alla stampa aveva idee forti, ma mai estremistiche o faziose. Del giornalismo conosceva i meriti e i confini. Aveva ben chiaro il rischio di mettersi al servizio di qualche potere politico, economico, di casta. Erano gli anni del terrorismo; tempi bui in cui c’era davvero da aver paura. Tra il ’78 e l’80 le cronache registravano un agguato alla settimana; armi alla mano brigate rosse e altri gruppi “rivali” talvolta ferivano e molto spesso uccidevano magistrati, dirigenti d’azienda, politici, carabinieri, poliziotti, guardie carcerarie. E anche giornalisti. Sul fronte opposto, il terrorismo nero non era da meno; sparatorie meno frequenti, ma più bombe stragiste.

Walter Tobagi

Un inviato a quei tempi stava come su un fronte di guerra. Aveva ricevuto minacce, più volte. E il suo nome era comparso tra le carte perse, forse di proposito, da un gruppo terrorista. Parecchi di noi che avevamo condiviso con lui l’impresa di cambiare la gestione dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti cercarono di convincerlo a tenersi lontano dalle cronache del terrorismo, magari scegliendo di proseguire il suo lavoro come corrispondente dall’estero. Non ci diede retta, se non in piccola parte: nelle ultime settimane non seguiva più le piste rosse e nere dell’eversione. Era tornato, con grande bravura, a coprire gli eventi della politica interna. Non fosse per la sua carica di Presidente dell’Associazione dei giornalisti, quel 28 maggio non sarebbe stato presente a Milano: stava girando l’Italia per seguire la campagna elettorale amministrativa. Rientrò, quasi a sorpresa, da Venezia per presiedere, al Circolo della Stampa, un dibattito di grande attualità, “Fare cronaca tra segreto istruttorio e segreto professionale”, indetto dopo l’arresto del giornalista del Messaggero Fabio Isman, che aveva pubblicato il memoriale di Patrizio Peci, brigatista pentito. Tra gli intervenuti l’avvocato Giandomenico Pisapia, i magistrati Adolfo Beria d’Argentine e Mauro Gresti, e molti giornalisti. Qualcuno prese nota della sua presenza, e l’indomani mattina il gruppo di apprendisti-brigatisti capeggiato da Marco Barbone lo attese sulla strada che andava da casa al garage dove teneva l’auto, e lo freddò.

Walter Tobagi con Aldo Moro

A distanza di tanti anni Tobagi ci parla ancora. I suoi articoli, i suoi saggi, i suoi discorsi nelle sedi sindacali sono oggetto di studio. Perché colpirono lui? I terroristi lo hanno spiegato più volte: il loro programma era demolire la società democratica e lo stato italiano in nome di un’utopia rivoluzionaria. Chi come Tobagi, o Moro, o il giudice Alessandrini, e così tanti altri come Bachelet, D’Antona e Biagi lavoravano per riformare l’Italia, cambiarla in meglio con il dialogo e il metodo democratico, erano un ostacolo pericoloso; perciò andavano annientati o ridotti al silenzio.

Due anni prima Tobagi, aveva commentato l’esplosione di un ordigno in viale Monte Santo davanti alla sede associativa dei giornalisti: “Che cosa credono di aver fatto? Di aver imbavagliato, con lo spavento, la nostra professione, la nostra dedizione alla libertà e alla democrazia?”.

I funerali di Walter Tobagi

In un discorso all’assemblea dell’associazione affermò che è giusto dare attenzione alle idee e alle proteste, ma mai piegarsi ad avvertimenti di tipo mafioso. Un suo tratto risultava evidente a chi lo incontrava: la mitezza, il ragionamento, la calma. Era questo che i violenti e gli intolleranti non riuscivano a sopportare.

Anche l’Italia di oggi ha bisogno di ispirarsi a quelli come Tobagi, che hanno dato un contributo essenziale a far vivere, e crescere, la democrazia.

Marco Volpati

Caro Marco, ho divorato il tuo articolo sullo struggente ricordo del grande Walter Tobagi, e più volte la commozione ha preso il sopravvento. Però mi ha riportato indietro nel tempo, quando ventenne collaboravo attivamente al Nuovo Informatore, settimanale locale di Sesto San Giovanni, diretto da Rino Felappi (che il mese scorso, per colpa del maledetto Coronavirus, ci ha lasciato).

Il giornale dedicava una pagina a due Comuni vicini: Cinisello Balsamo e Cusano Milanino. Proprio da quest’ultimo veniva in redazione a portare i suoi articoli un giovane come me: Walter Tobagi. Anche lui cominciava a muovere i primi passi nel mondo giornalistico all’interno del settimanale sestese.

Ricordo un piccolo aneddoto, che mi è rimasto impresso nella mente. Un mercoledì sera, alla chiusura del settimanale, il direttore Felappi stava finendo di impaginare i pezzi su Cusano e mi accorsi che inserì quello di Walter senza “passarlo”. Da giovane praticante, azzardai un’osservazione: “Rino, ma non leggi e correggi il pezzo?”. “Non c’è bisogno – mi rispose – questo è bravo, è uno che farà strada”. Aveva ragione. Angelo Gallizzi

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