Tuesday, September 08, 2026

Cronaca

Lo struggente ricordo del giornalista Enrico Fedocci per la morte della cara collega Carlotta Dessi di Mediaset

Febbraio 07, 2024

Lutto nel mondo del giornalismo per la prematura scomparsa di Carlotta Dessì. Aveva 35 anni e da alcuni mesi era malata. Carlotta lavorava per diversi programmi del gruppo Mediaset, tra cui Pomeriggio 5 e Fuori dal Coro. La direzione e la redazione del Giornale Metropolitano rivolgono sentite condoglianze ai familiari.

Pubblichiamo questo struggente e sincero ricordo dell’inviato del Tg5 Enrico Fedocci:

Io e Carlotta Dessì non ci conoscevamo così bene. Ci eravamo incrociati in tante trasferte, tanti casi di cronaca. Ma nonostante il poco tempo passato insieme io la stimavo profondamente. Qualche volta in redazione ci si incrociava in ascensore e sempre si chiacchierava qualche minuto quando andavo all’8º piano. Tornando dalla segreteria, se ci si vedeva, passavamo un po’ di tempo a chiacchierare davanti all’ascensore. E fu proprio una di quelle volte che salutai Mario Giordano mentre usciva dall’ascensore… “Ciao, Fedoccino…” disse trafelato e sempre di corsa, camminando e guardando all’indietro con un sorriso per non essere cortese verso di me. E io, quasi urlando in corridoio, visto che ancora non conosceva Carlotta: “Direttore, prendi a lavorare Carlotta per te, te ne innamorerai come ti sei innamorato DI MEEEEEEE”, dissi scherzando con la voce che aumentava progressivamente man mano che lui si allontanava e poi, serissimo, voltandomi istantaneamente verso di lei: “Carlotta, tu devi lavorare per lui. Con l’entusiasmo che hai ti valorizzerà di sicuro. Lui è fatto così.”. E così fece Carlotta. Occhi buoni e intelligenti, già bravissima al Tg5, poi a Pomeriggio 5… poco alla volta arrivò a lavorare anche per Mario Giordano e – come era prevedibile – lui se innamorò professionalmente. Ci avrei scommesso.
Giordi la stimava così tanto che in questi difficilissimi mesi di malattia non l’ha dimenticata neanche una volta a fine puntata. “Vincerai, vinceremo” diceva sempre Giordano. E quanto era orgogliosa Carlotta di questa cosa, quanta forza le dava – lei così ligia al dovere – sentirsi reclamata in diretta nazionale dal suo Direttore, dal Direttore che le aveva voluto più bene.
Dicevo che io e Carlotta non ci conoscevamo così tanto, ma ci eravamo istintivamente simpatici. Di più: io la stimavo perché non mollava mai. Mai, mai, mai. E su questo contavo anche questa volta, nel suo servizio più difficile. Ma se non ce l’ha fatta lei a vincere quella malattia, significa davvero che era una battaglia impossibile.

Carlotta era dignitosa sul lavoro, non lasciava mai nulla di intentato. La ricordo a Gorlago, in occasione di un omicidio che sconvolse l’Italia, quello della mamma 42enne uccisa da una rivale in amore.. Nessuno della famiglia aveva ancora parlato, ma si capiva che stavano per farlo, la sua troupe dovette lasciarla sola e lei si armò di smartphone rimanendo davanti a casa, nel caso qualcuno decidesse di rispondere alle domande dei cronisti davanti alle telecamere delle altre emittenti. Pur senza troupe, lei era lì.
Non si è allontanata un secondo. Una vera cronista. Quella stessa mattina, quando io arrivai, la vidi da lontano. Scesi dall’auto, lei mi mise a fuoco con lo sguardo, e quando realizzò che ero io, d’istinto sorrise tra sé e sé e contemporaneamente cominciò a camminare verso di me con passo spedito. È strano, ma da quel sorriso pulito, divertito, genuino insieme, durato una frazione di secondo, io capii in maniera definitiva che era una ragazza pulita, una cucciolona. Già, una cucciolona che di sicuro meritava di più dalla vita, dico ora tra me e me. Nella memoria ho ancora l’ultimo incontro al Niguarda, circa tre mesi fa. Il rammarico più grande non essere riuscito a trovarla, pur avendola cercata a lungo, il giorno degli auguri di PierSilvio ai dipendenti, nel piazzale degli studi di Cologno. Quando rispose al telefono era già in camerino per riposarsi in attesa di andare in diretta, l’ultima volta purtroppo, con il suo Direttore. Ora sono a Roma, in caserma, nella mia cameretta: luce spenta e steso sul letto a digitare sul telefonino le mie parole di commiato da lei. Alcune lacrime scendono mute sul lenzuolo solcando i lati del mio viso. Non tante, ma lente e pesanti che bagnano il cuscino. Il mio pensiero va a quei bellissimi genitori che ho conosciuto nella stanza di ospedale. La sua mamma bella come lei, il suo papà di cui era così orgogliosa. Il mio abbraccio da lontano va a quel fidanzato, ormai definitivamente vedovo di lei, del suo sorriso, della sua gioia e simpatia contagiose. Nella testa, che rimbomba, una frase che non dimenticherò. Me la disse una delle ultime volte al telefono: “Henry, io voglio vivere”.
Che strazio questa giornata.
Ciao, Topolina, ti voglio tanto bene. Il mondo ci ha truffato: prima ti ha regalato a chi ti amava e stimava e poi ci ha privato di te senza un motivo, in così poco tempo.

Enrico Fedocci

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