Wednesday, September 09, 2026

Sanità & Salute

Il camaleontismo delle parole

Ottobre 25, 2019

La pausa involontaria del giornale mi è spiaciuta, come se un amico caro fosse  partito senza lasciare il telefono.

Dunque, è un amico caro questo giornale! Lo è, perché permette le parole. Parole in un messaggio in virtuale bottiglia: chissà chi lo aprirà, chissà cosa intenderà dalle mie parole.

Sulle parole devo riflettere spesso. Quando chiedo a qualcuno: cosa vuoi dire? E quasi sempre mi accorgo che voleva dire qualcosa di diverso da quello che io ho capito, cioè interpretato. Da quando l’esattezza non è di moda, il camaleontismo delle parole è aumentato. A furia di monosillabi, di spot, di emoticon, si va smarrendo il loro senso ed importanza. Da quando si sono diffusi i laureati in comunicazione, erroneamente chiamata scienza (a proposito di parole) la comunicazione è sempre meno chiara ed esauriente. Così mi capita di entusiasmarmi alla descrizione di una mostra e cercare invano dove e quando la potrei vedere. Le parole scritte a mano – poche, quasi limitate ai quaderni di scuola – sono quasi sempre incomprensibili. Spiegare che si scrive perché un altro legga è impresa ardua. Da quando non si usano più le lettere, se non hai in mano uno smart sei tagliato fuori. Se ce l’hai, ricevi foto da cui deduci, messaggini che l’ANSA è più corposa estendibili soltanto con la fantasia, per chi ce l’ha. A chi viene più in mente di descrivere con cura il proprio stato d’animo, la camera da cui si scrive, i sogni e le delusioni? Se si leggono le lettere di persone famose, spesso pubblicate nel presupposto che la privacy dei defunti non sia valida, si può avere un’idea dell’incanto della comunicazione prima di internet e della succitata facoltà. Ma per comunicare con parole giuste bisogna avere i corrispondenti pensieri, per intendere bene parole altrui, bisogna capirne il significato. E tutto ciò richiede di non avere fretta.  Quanto al significato, vedo bimbi ed adulti che non capiscono il senso di un discorso, non sanno evidentemente che capire è importante, e nei rapporti oltre che nella scuola vanno alla cieca. Di rado chiedono “cosa vuol dire”. Forse non sanno cosa voglia dire. Così le relazioni fra umani sono molto spesso labili : nessuno aveva ascoltato, né parlato.

Resta il peso delle parole scarne. Quello degli insulti, ad esempio, che esplicitano senza argomentare “non sono d’accordo”, “mi sei antipatico” “mi offendi”. Il modulo è unico e cosa c’è dietro lo si può solo intuire. Stiamo tornando all’ideogramma e alla lotta becera.

Eppure, se si guarda ai concorsi di poesia e alla quantità di libri che esce il bisogno di parlare non è finito, è soltanto molto ostacolato. Infatti chi scrive libri non sempre legge quelli degli altri. Il narcisismo dilaga. Epoca di comunicazione, dicono. A me pare epoca di strilloni, di persone allo specchio.

Federica Mormando

psicoterapeuta e psichiatra

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