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Festa del lavoro, la storia di Mimmo l’ex partigiano che considerò lo studio e la possibilità di guadagnare onestamente e aiutare tutti

Maggio 01, 2020

Dignità. Sempre e comunque. Se si facesse tesoro degli insegnamenti passati, anche oggi potremmo portare avanti ideali. E dignità, appunto. Il partigiano Mimmo, al secolo Domenico Donesi, è un personaggio noto in Campania. Ma è stato sicuramente uno dei tanti grandi italiani che hanno fatto la storia. E se la storia è maestra di vita, la dignità che ebbe l’avvocato Mimmo, non va dimenticata. Perché era un avvocato, Mimmo. Ma era comunista. E quando tornò dalla guerra, fu escluso per questo dai concorsi in magistratura e da quelli notarili. Optò quindi per l’avvocatura. E la amò talmente tanto, che divenne l’avvocato dei contadini. Non prendeva compensi, l’ex partigiano Mimmo. “Ma a casa nostra non mancavano mai cesti di frutta, in segno di riconoscimento e affetto – ricorda la figlia, Giuseppina Donesi -. Mio padre faceva parte del circolo di Benedetto Croce, e conosceva Gramsci. Credeva nell’Italia, papà. E nella dignità basata sul lavoro. Insegnava a leggere ai contadini, e chiedeva di farlo anche agli studenti universitari che facevano parte del circolo culturale che lui fondò a Caivano, in provincia di Caserta. Ricordo che c’era un ragazzo, Pasquale. Era studente di giurisprudenza. Si mise in prima linea anche lui, per far sì che i contadini imparassero a leggere e scrivere”. E l’avvocato Mimmo, quel caro ex partigiano, imparò ad amare la sua professione. Grazie alla frutta e alle verdure che giungevano a casa Donesi, la sopravvivenza del quotidiano era assicurata. A testimonianza che l’Italia sa essere grata.

Il partigiano Mimmo Donesi durante una sfilata del Primo Maggio

Il fratello di Mimmo, l’avvocato Vincenzo Donesi, fu il primo sindaco comunista che portò l‘acqua a tutto il paese. E Mimmo fondò anche la sezione del Psiup, che poi diventò Democrazia Proletaria. Obiettivo, raccogliere gente per migliorare le condizioni di vita di ciascuno. “Andavo anche io da piccola, nel circolo – continua la figlia Giuseppina -. E gli aiuti erano solidali. Chi ne era capace, aiutava gli altri a leggere le bollette. A comprendere le spese. Sono state esperienze bellissime, e la sezione era diventata un punto di incontro di rivoluzione culturale. Istruire tutti, era la parola d’ordine. Questo è stato sempre il sogno che ha inseguito mio padre. Tanto che, più tardi, ricordo di una notte terribile. Vennero a prenderlo. Ma l’emergenza passò, e anche la paura. E tutto questo solo perché papà cercava giustizia sociale. Quando mio padre abbandonò la professione di avvocato, per motivi di salute, prese l’abilitazione per insegnare le materie filosofiche nella scuola. Ma ha continuato sempre a mantenere in alto i propri ideali. Dignità, sopra ogni cosa”.

E non pensava al guadagno, il partigiano Mimmo. Versava il gettone di presenza, che ai tempi davano agli assessori comunali, alle casse del Comune. Perché i soldi andassero a chi aveva più bisogno. “Mio padre diceva le cose che andavano dette – conclude Giuseppina Donesi -. E aveva tutta la sessione che lo seguiva. Molto bello, a livello di amore. La politica, la faceva per passione. Non per soldi. Cercava di amare gli altri. E quando lui è morto, è venuto tutto il paese. E siamo 40 mila abitanti. E c’erano anche professionisti, che piangevano. Io mi meravigliai. Non comprendevo appieno tutto quel dolore da parte di estranei. Fu a quel punto che si avvicinò un uomo, e mi disse di non essere sbalordita di tutta quella tristezza condivisa”. Perché Mimmo era il padre di tutti. Perché Mimmo “aveva fatto laureare tutte quelle persone – dissero -. Perché Mimmo si auto tassava, e donava parte del proprio stipendio per finanziare gli studi dei ragazzi del paese. E aveva aperto un conto alla libreria Guida, per assicurare libri a tutti. E lui li ripagava un po’ alla volta”. Perché per Mimmo, lo studio e il lavoro erano le cose più importanti del mondo.

Alessandra Pirri

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