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Diabete: rischia di più chi vive in città. I consigli del professor Luzi

Febbraio 24, 2020

Sedentarietà, alimentazione scorretta, stress e inquinamento rappresentano lo stile di vita delle metropoli e predispongono al diabete urbano. L’Università degli Studi di Milano e i Comuni della Città metropolitana di Milano si alleano per combatterlo

Milano, ovviamente. Ma anche Buccinasco, Cernusco sul Naviglio, Cisliano, Garbagnate Milanese, Melegnano, Paderno Dugnano, Parabiago, Peschiera Borromeo, Pioltello, Rho, San Donato Milanese, San Giuliano Milanese, Segrate, Senago, Trezzano sul Naviglio e Vimodrone. Sono (per il momento) 17 i comuni della Città metropolitana di Milano che hanno aderito a Milano Cities Changing Diabetes Network, la rete tra l’Università degli Studi di Milano e le municipalità che si impegneranno attivamente nel progetto internazionale Cities Changing Diabetes. L’obiettivo è individuare una serie di misure per arginare la diffusione nelle città del diabete, ma anche di malattie croniche come l’obesità che ne sono fattori predisponenti. Un progetto ampio, realizzato in partnership tra University College London e il danese Steno Diabetes Center con il contributo non condizionato di Novo Nordisk, che coinvolge Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, terzo settore e mondo accademico e che ha visto l’adesione di Milano, insieme a Roma e ad altre 20 metropoli mondiali, nel 2018. L’obiettivo è individuare strategie efficaci contro la malattia, che verranno proposte ai cittadini in una serie di azioni mirate.

Città contro il diabete

Il nome del progetto è indicativo: Cities Changing Diabetes significa infatti “le città cambiano il diabete”, perché questa malattia è concentrata soprattutto nei grandi centri urbani. Secondo l’International Diabetes Federation, nel 2045 i tre quarti dei diabetici vivranno nelle metropoli. In Italia, secondo l’analisi condotta da Health City Institute sul diabete urbano nel nostro paese, le 14 città più grandi ospitano da sole oltre 1,2 milioni di persone con diabete, quindi oltre un malato su tre. Ecco perché si può parlare oggi di diabete urbano o diabete cittadino: le metropoli favoriscono alcune condizioni che lì, più che nei centri piccoli o nelle campagne, predispongono alla malattia. Ma quali sono questi fattori? «La sedentarietà, dal momento che i cittadini si spostano in auto o con i mezzi pubblici per poi trascorrere ore alla scrivania», dichiara Livio Luzi, professore ordinario di Endocrinologia dell’Università degli Studi di Milano e direttore del Dipartimento di Endocrinologia, Nutrizione e Malattie Metaboliche del Gruppo MultiMedica. «A questa va aggiunta l’alimentazione scorretta, troppo ricca di zuccheri e di grassi, che predispone all’insorgenza della sindrome metabolica, con sovrappeso, pressione alta, eccessi di grassi nel sangue strettamente connessa alla comparsa del diabete». Inoltre ci sono cause insospettabili, come lo stress, l’inquinamento e anche il fumo di sigaretta, che alterano il metabolismo e la capacità dell’organismo di bruciare gli zuccheri e i grassi.

Il professor Livio Luzi

I progetti in cantiere

Che cosa si può fare per questa situazione? Aggiunge il professor Luzi, che è presidente del Comitato Scientifico di Milano Cities Changing Diabetes: «Oltre ai fattori già noti che predispongono al diabete urbano, stiamo cercando di capire se ci sono altre cause, legate alla situazione socioeconomica o magari ai geni. Grazie ai dati che abbiamo raccolto da Istat e dalla Ats Milano, sappiamo che tra il centro della città e la periferia nord c’è una differenza di un punto percentuale per incidenza di diabete, un’enormità in termini statistici. Con l’aiuto di questionari del Censis, proposti a un campione di persone residenti a Milano centro o in periferia nord, stiamo cercando di individuare le vulnerabilità insospettabili, che causano diabete». L’Università degli Studi di Milano e i rappresentanti dei 17 comuni aderenti al progetto si sono riuniti lo scorso 13 febbraio per discutere delle tematiche inerenti alle malattie e ai disagi conseguenti l’urbanizzazione, oltre che per definire e condividere le aree di sviluppo e le azioni da intraprendere per il benessere dei cittadini milanesi. L’Università si farà promotrice di una prima ipotesi di lavoro che prevede la realizzazione di un sondaggio sull’attività fisica quotidiana. Le iniziative, ancora da definire, promuoveranno l’attività fisica di gruppo, la socializzazione, miglioreranno lo stile alimentare e l’informazione sulla malattia.

Serve un cambio di mentalità

Nell’attesa, qualcosa si può già fare per contribuire all’obiettivo della riduzione di peso e di glicemia che predispongono al diabete, ma occorre un approccio culturale diverso. Lo spiega ancora il professor Luzi: «Ci si deve muovere di più, attraverso la cosiddetta attività fisica non strutturata. Si deve camminare almeno un paio di chilometri al giorno, fare le scale a piedi, andare in bicicletta appena possibile. La palestra due ore alla settimana non è sufficiente, soprattutto se la si usa come alibi per sedersi davanti alla tv con hamburger e patatine». È indispensabile poi migliorare l’alimentazione, distribuendo in modo corretto i pasti e privilegiando frutta, ortaggi, pesce, cereali integrali e olio, riducendo davvero al minimo il cibo spazzatura tanto amato in città. Infine, si dovrebbe dire addio alle sigarette: è un fattore modificabile che dipende da noi e che aiuta a combattere molte malattie, oltre al diabete.

Roberta Raviolo

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