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Coronavirus: meglio sani o guariti? Intanto sarebbe bene che ognuno sapesse

Maggio 03, 2020

Il vecchio Manzoni, tornato nella memoria collettiva in questo periodo di contagi, forse ha qualcosa da insegnarci. Alla fine dei Promessi Sposi, Renzo torna a piedi sotto la pioggia da Milano dopo aver ritrovato Lucia nel lazzaretto. Un amico lo riconosce e gli chiede come è andata la sua ricerca. Renzo riferisce che lei c’è, è viva.

“Sana?” chiede l’amico. “Guarita, che è meglio”.

Ecco, quello che adesso ci serve è sapere chi è sano, chi contagiato, chi guarito. Gradualmente si potrà tornare a frequentarci: parenti, vicini, compagni di lavoro. Sarebbe importante sapere tutti noi, uno per uno, chi è sano (non toccato dal virus), chi è infetto, chi è guarito e non contagioso, almeno nell’immediato.

Gli esperti ce l’hanno detto da settimane: è importante sapere queste cose; tanto più se si pensa che le “proiezioni” immaginano che il virus abbia raggiunto, senza che i più se ne siano mai resi conto, uno su dieci tra gli italiani, e magari uno su venti tra i lombardi.

Adesso ci annunciano che presto faranno un’indagine a campione, con 150.000 test sierologici distribuiti in tutta Italia. Servirà, ci spiegano, a “mappare” la diffusione del virus.

Mappare è una cosa utile, ma se ciascuno sapesse come è messo non sarebbe meglio? Perché non dare via libera a laboratori, pubblici o privati, che facciano questi test? Chi saprà di essere “sano” dovrà stare attento a non infettarsi e non infettare gli altri; chi apprenderà di aver superato l’infezione senza accorgersene, o quasi, potrà adottare comportamenti in parte diversi.

Tra le tante ipotesi circolate in questi giorni ne ho letta una: a tutti coloro che fanno normali esami del sangue (glicemia, colesterolo e tanti altri) far compiere – proprio su prescrizione del servizio sanitario nazionale – un esame in più, quello sugli anticorpi del Covid-19. Non sarebbe questo un modo per favorire un ritorno, prudente, graduale ma soprattutto meno disordinato, a modi di vita che tendono alla sospirata “normalità”?

Marco Volpati

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