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Coronavirus. Mancanza di unità e battaglie politiche. Il Belpaese visto dalla Thailandia da Nicola Forcignanò

Aprile 04, 2020

Nicola Forcignanò torna a parlare dell’emergenza Coronavirus. Direttamente da Phuket, in Thailandia, il giornalista, attraverso i propri canali social, ha voluto condividere un pensiero sul modo di operare dell’Italia in questo difficile periodo storico. Il cronista rimprovera al Belpaese la mancanza di unità e di gettare ancor più benzina sul fuoco, dando troppo peso alle battaglie politiche,  piuttosto che trovare valide soluzioni che possano risollevare la grave situazione. Forcignanò nel suo intervento cita l’esempio dell’America e dell’attentato che colpì le Torri gemelle nel 2001. Dopo quel terribile disastro gli Stati Uniti, di nome e di fatto, dimostrarono la loro fratellanza e la loro capacità di fare squadra. L’Italia, secondo l’ex penna del Corriere della Sera e del Giornale, non è riuscita in questo intento e ora, oltre che con i problemi causati dal virus, si trova a dover fare i conti con i mali che la attanagliano da sempre.

“Ogni tanto qualcuno, quando intervengo sulle cose italiane, mi rimprovera: “Tu non sai, non puoi sapere, vivi in Tailandia, lontano da qui”. Alla mia età, non mi incazzo più per queste cose. Talvolta la gente è ridicola, o solo ignorante. Non sa che mediamente leggo sei o sette quotidiani al giorno. E quando qualcosa non mi torna sfruguglio le agenzie di stampa. Cosa normale nella società globale. Magari chi in questi giorni maledetti sta lavorando da casa ha capito che nel 2020 non ha più grande importanza dove sei.

Questo piccolo e noioso preambolo per farvi capire che so quello che vi dico. E non è bello quello che voglio dirvi. Cari italiani, in questo momento storico – mai così storico – non ci fate una bella figura. Sta accadendo qualcosa di mai visto e vissuto. L’elenco dei morti è angosciante. Le storie di quelli che non ce l’hanno fatta sono strazianti. Ancora più doloroso il bilancio dei medici caduti in prima linea, oltre settanta a oggi. Quante sono le famiglie che stanno piangendo, forse, nessuno lo sa. Non credo nella vita eterna, ma sono certo che chi sta per andarsene meriti almeno una carezza.

C’è chi spara date come numeri al lotto, ma nessuno davvero potrebbe giurare su quando tutto questo sarà finito. Certo che le vite umane contano più dell’economia, ma sacrificare l’economia vuol dire sacrificare anche la vita di tutti quanti riusciranno a sopravvivere a questa sciagura.

Insomma, se un Paese non riesce a essere unito ora, io penso, non abbia il diritto di essere un Paese. Ho ripensato in questi giorni alle Torri gemelle e allo sciagurato attacco americano in Iraq. Non amo gli americani, ma riconosco, in questi frangenti la loro capacità di fare squadra. George Bush, al di là dei problemi con l’alcol, non era certo un capo carismatico. Eppure, Clinton compreso, negli States tutti si misero al suo fianco.

In Italia tutto questo non pare possibile. Nel nostro cazzo di Paese vige sempre la regola del o di qua o di là. E non si scappa da questa stucchevole e improduttiva battaglia tra destra e sinistra. Nemmeno in un momento come questo. Non conta il senso di una proposta, ma chi l’ha urlata. Oggi addosso alla Ue, domani al primo che passa. Solo noiosa e volgare polemica. Accuse e fake news, insulti e assalti. E la gente si ammala e muore.

Certo, tante cose non stanno funzionando. Le mascherine sono la cartina di tornasole del nostro Paese. Ma scopriamo oggi i mali dell’Italia? Ci sono sempre stati. Certo, oggi la situazione è drammatica. Ma, proprio perché è drammatica sarebbe il momento di stare tutti zitti. I conti si fanno sempre dopo, quando è finita la guerra.

Nicola Forcignanò

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