Ah, lo champagne: su questo straordinario vino, presente soprattutto sulle tavole delle grandi occasioni, sono state scritte canzoni più o meno romantiche – c’è chi, come Peppino Di Capri, brindava a un incontro e chi, come i personaggi cantati da Giorgio Gaber, piangeva l’amore perduto al tavolo di un bar di una Milano che non c’è più – libri, tesi.
Come ben sa chiunque ami bere mettendo in primo piano la qualità, dietro a ogni bottiglia che si porta in tavola c’è un mondo di aneddoti che, sospesi fra storia e tradizione popolare, dimostrano quanto il vino abbia un impatto profondo sulla cultura e sull’immaginario collettivo. Nel caso dello champagne, aprire questo capitolo vuol dire chiamare in causa la diatriba secolare tra francesi e italiani.
Se i primi citano con grande orgoglio il nome dell‘abate Pierre Pérignon, i secondi, che dello champagne sono da sempre grandi amanti (come denotano gli alti numeri di e-commerce come Tannico, punto di riferimento per l’acquisto delle migliori bottiglie), possono vantarsi per via dell’inventore del processo di rifermentazione, fondamentale per la filiera produttiva del celebre spumante.
Di chi stiamo parlando? Del medico lecchese Francesco Sacchi che, nel 1622, diversi anni prima dell’arrivo di Pérignon nell’abbazia francese da sempre associata alla nascita dello champagne per antonomasia, nel suo trattato De Salubri Potu Dissertatio ha parlato del trucco dell’aggiunta, al vino fermo, di mosto o uva passita per renderlo frizzante.
Come in tutti i casi, anche in questo è il caso, come la saggezza popolare ci ricorda, di “dare a Cesare quel che è di Cesare” e di ricordare che a Pérignon vanno attribuite diverse innovazioni tecniche importanti, tra cui l’introduzione del tappo di sughero nel processo di imbottigliamento del Dom Pérignon. Tappo di sughero, è doveroso sottolinearlo, con caratteristiche molto particolari (e che assume la tipica forma a fungo solo dopo essere stato rimosso).
Grazie al suo diametro, palesemente più ampio del collo di ogni bottiglia, e al successivo processo di applicazione dell’inconfondibile gabbietta in metallo che, molti conservano come ricordo di cene importanti condite da una buona dose di bollicine, viene impedita la fuoriuscita di anidride carbonica.
Non c’è che dire: dietro a quello che, al primo impatto, molti considerano un dettaglio di eleganza fine a se stesso c’è un mondo di storia e… fisica. Hai mai pensato, per esempio, al fatto che il tappo dello champagne possa raggiungere una velocità tale da rompere un vetro?
Per evitare queste spiacevoli evenienze – e anche per motivi di eleganza – è importante tenere fermo il tappo subito dopo la rimozione della gabbietta, girare la bottiglia con lentezza e avere cura di mantenere il tappo inclinato fino a quando non si sente più il rumore caratteristico, paragonabile a un sibilo, che denota la fuoriuscita di gas.
In questo modo, sarà possibile gustarsi le bollicine in tutta tranquillità, a meno che non si abbia il desiderio di omaggiare l’indimenticabile Marilyn Monroe che, grande estimatrice delle bollicine francesi, avrebbe acquistato ben 350 bottiglie per riempire una vasca e dare vita a quello che, ancora oggi, è tra i momenti più iconici della storia del costume.
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