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Arriva l’estate, voglia di boschi, prati e sentieri, ma attenzione alle zecche

Giugno 09, 2020

Niente più confini regionali, bel tempo e vacanze ancora lontane: un mix strepitoso che invoglia a regalarsi anche solo un paio di giorni nel verde di campagne, colline o montagna, rilassarsi sotto un’ombra, concedersi un pic-nic nei prati, esplorare sentieri con la famiglia e gli amici. Stare all’aperto fa bene, ma attenzione alle insidie che si possono nascondere nei boschi o tra l’erba alta. Come le zecche, piccoli parassiti presenti anche nelle aree verdi delle nostre regioni, responsabili di malattie anche serie, prima fra tutte la TBE o encefalite da zecca.

Perché le zecche attaccano l’uomo?

La vita all’aria aperta diventa, oggi più che mai, fondamentale per il benessere psicofisico delle persone costrette per tanti giorni a non poter uscire o a limitare gli spostamenti”, dichiara il dottor Alberto Tomasi, presidente della Società Italiana di Medicina dei Viaggi e delle Migrazioni (SIMVIM). “Tutelare la nostra salute deve rimanere, però, la nostra priorità anche nei brevi percorsi, tra prati o in montagna ed è necessario salvaguardarci da tutte le potenziali occasioni di rischio. Quindi godiamoci la vita all’aria aperta ma con un occhio vigile alle insidie di piccole dimensioni, come le zecche, che possono provocare gravi patologie come l’encefalite da zecca, prevenibile attraverso una semplice vaccinazione, efficace e sicura, una profilassi consigliata a bambini e adulti che risiedono o si recano nelle aree endemiche”. Dove si corre il rischio si incontrare una zecca? Un po’ ovunque, nelle aree verdi di campagna e montagna e sembra che anche i prati in prossimità delle città, non adeguatamente curati, possano ospitare questi parassiti. Le zecche sono insetti che si nutrono del sangue di animali più grandi, solitamente ungulati come cervi o daini, ma anche lepri o cinghiali. Occasionalmente, l’uomo può diventare una preda in mancanza di alternative. Le zecche lo raggiungono quando ne avvertono il calore del corpo. Non saltano, ma si lasciano cadere dagli alberi oppure si arrampicano lentamente sugli indumenti quando una persona sta seduta sufficientemente a lungo sotto gli alberi, in mezzo al verde. I morsi di zecca non sono dolorosi o pericolosi di per sé, ma possono essere veicolo di batteri e virus. Le zecche possono trasmettere questi germi mentre si nutrono del sangue umano.

Dottor Alberto Tomasi

Oggi il rischio è più diffuso

Un tempo non era così comune essere attaccati da una zecca, ma secondo gli esperti il rischio sta aumentando, anche a causa del clima mediamente più umido e più caldo che favorisce il proliferare di questi parassiti nelle zone erbose e nei boschi. Le malattie che le zecche possono trasmettere sono molte: tra queste la malattia di Lyme, la Febbre Bottonosa del Mediterraneo o la Tularemia. La più seria è sicuramente la TBE o encefalite da zecca, che si manifesta con febbre, stanchezza, mal di testa, dolore muscolare e nausea. Nei casi più gravi, l’infezione può coinvolgere il sistema nervoso centrale e provocare problemi neurologici. Il problema è che nel nostro paese, dove pure le zecche sono diffuse, esiste ancora una scarsa consapevolezza sia del rischio di malattie, sia degli strumenti di difesa. Tra questi, il più importante è il vaccino. Lo ha scoperto una ricerca svolta in 20 Paesi europei da GfK SE3 per conto di Pfizer, svolta qualche tempo fa. In Italia una persona intervistata su tre conosce la TBE, una su due nel Triveneto, zona fortemente endemica. Una persona su dieci è a conoscenza sia della patologia che dell’esistenza di un vaccino per prevenirla e, tra questi, il 2% conosce e ha effettuato la vaccinazione, percentuale che sale al 4% nelle zone endemiche del Paese. Sia in Italia sia nel resto d’Europa, gli intervistati ritengono, erroneamente, che la TBE possa essere trattata con gli antibiotici e che questi siano senz’altro almeno parte del percorso terapeutico. Anche per colmare questa lacuna è partita la campagna informativa di Pfizer sulla prevenzione dell’Encefalite da zecca, che con una serie di video-pillole ripercorre situazioni potenzialmente a rischio per la possibilità di trasmissione della TBE: un pic-nic in una zona erbosa, una sosta troppo lunga sotto un albero senza un abbigliamento coprente, una sessione di trekking in zone endemiche che, in Italia, corrispondono attualmente alle aree del Triveneto.

Le altre regole della prevenzione

Chi vive nelle zone endemiche o vi si reca per lavoro o vacanze dovrebbe seriamente prendere in considerazione la possibilità di effettuare il vaccino, parlandone con il proprio medico. Anche gli specialisti sono concordi sull’opportunità di sottoporvisi. La pandemia che stiamo lentamente superando ha riportato attenzione e consapevolezza sul valore della prevenzione individuale e collettiva. Il vaccino rappresenta una misura a garanzia della libertà di ciascuno, che protegge anche la collettività. “La vaccinazione va vista come un’opportunità per tutti, per un futuro libero da malattie che oggi possono essere prevenute proprio grazie ai vaccini” aggiunge il dottor Tomasi. “E tra queste, seppur con le dovute differenze dovute alle modalità di trasmissione della malattia, mi preme ricordare anche l’importanza che riveste il vaccino contro l’insidiosa Encefalite da zecca, soprattutto per chi svolge attività all’aria aperta anche di tipo lavorativo e si reca nelle zone endemiche”.

In generale chi frequenta anche solo per una vacanza o un weekend in una zona endemica, dovrebbe seguire semplici regole di protezione personale, contro la TBE ma anche per le altre malattie veicolate dalle zecche. È bene indossare indumenti protettivi con maniche lunghe, pantaloni lunghi e stivali sui quali va spruzzato un insetticida appropriato. Non ci si dovrebbe sedere dove l’erba è troppo alta e sotto gli alberi nelle zone a rischio. Una volta rientrati a casa, è essenziale ispezionare bene il proprio corpo per escludere la presenza di zecche. Nel caso se ne trovi una, va rimossa con una pinzetta senza schiacciarla, per evitare che rigetti sotto pelle il sangue già ingerito, aumentando il rischio di infezioni. Se non si è sicuri di saperlo fare da soli, è meglio rivolgersi a un medico.  

Roberta Raviolo

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