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Economia, In Evidenza

Coronavirus, prepariamo la ripartenza organizzandola con metodo

Aprile 08, 2020

Ormai possiamo dircelo: siamo stati presi alla sprovvista dal Covid-19 perché nessuno era preparato ad una epidemia che ha confronti soltanto con quelle storiche dei secoli bui. E’ toccato alla Cina, all’Italia, poi alla Francia, alla Germania, alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Anche la Svezia ha finito per capire che non era una passeggiata.

Ogni paese ha fatto la sua parte di errori. In Italia siamo stati miopi o distratti: medici, ospedali, case di riposo non hanno potuto capire subito che certe punte di malattie respiratorie non derivavano da un’influenza stagionale un po’ dura, ma proprio dal virus maledetto e contagiosissimo. Il personale sanitario di ospedali, studi, ambulatori e gli assistenti nelle residenze per anziani hanno lavorato con la generosità di sempre; quando ci si è accorti che erano esposti al contagio l’infezione era già fuori controllo. E loro sono stati le vittime più esposte.

Adesso che, a quanto pare, la diffusione si sta stabilizzando – almeno qui in Italia – è il momento di pensare a dopo; a come arrivarci al “dopo”. Non bastano i sermoni di politici e tecnici che predicano “non abbassiamo la guardia”; non perché il messaggio sia sbagliato, ma perché non guarda abbastanza a domani.

Quando il contagio tenderà ad annullarsi, sappiamo che non sarà la fine di tutto: come sta accadendo in Cina, si potrà riprendere con gradualità a fare alcune cose.

Ma bisogna arrivarci attrezzati e organizzati: per esempio, fabbriche, aziende e strutture commerciali dovranno riaprire quando siano in condizioni di assoluta sicurezza. Via libera a quei lavoratori che potranno avere la certezza di essere immuni perché test affidabili diranno che hanno sviluppato anticorpi efficienti. E poi sanificazione degli ambienti di lavoro, controlli della temperatura corporea in entrata e in uscita con termometri ai raggi infrarossi, e tute, soprascarpe, protezioni al viso, agli occhi e alle vie respiratorie. Deve valere innanzitutto, ma non soltanto, per strutture di salute e assistenza, forze dell’ordine, personale dei supermercati, e tutti quelli che lavorano in presenza di parecchie persone (anche se distanziate e scaglionate).

Per chi non va in fabbrica, negozio o ufficio, prevedere – e rendere disponibile, ovviamente – un apparato di protezione che sia fatto di mascherine efficienti, tute e coperture. Non deve più avvenire che se si va in un supermercato, un ufficio, un negozio, ci si debba guardare da chi, distratto o sventato, si aggira magari parlando al telefono, senza badare a distanze di sicurezza, e senza coprire bocca e naso.

Una parte di noi dovrà aspettare più a lungo. Si può accettare di rimanere indietro, chiudersi ancora in casa, purché uscendo per le cose essenziali non si corra il rischio di essere contagiati e di contagiare.

Lo dobbiamo a noi stessi e alle tante vittime di questa sciagura imprevista. Lo dobbiamo a chi ha perso il lavoro o è in serie difficoltà. Raccomandazioni, ingiunzioni, maledizioni, lamentele e denunce di comportamenti irresponsabili siano solo il ricordo di un periodo di ansia e incertezza. Vale anche per i “dibattiti” e le contraddizioni tra esperti su quel che è giusto e quel che è sbagliato, che è utile o non serve (tipo mascherine sì e mascherine no).

Purché finalmente le mascherine siano disponibili, accessibili, usabili. Non gratis, magari; ma nemmeno a prezzi da sciacalli.

Marco Volpati

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