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Cronaca, In Evidenza

Quattordici anni fa a Garlasco l’omicidio di Chiara Poggi con la condanna di Alberto Stasi che si proclama innocente

Agosto 13, 2021

Alberto Stasi chiede un lavoro fuori dalla prigione. La richiesta viene dal suo legale, l’avvocatessa Laura Panciroli de Foro di Milano dopo 14 anni da quel 13 agosto in cui il giovane uccise la sua fidanzata Chiara Poggi e fu condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione. Stasi, 38 anni, vuole voltare pagina per una nuova vita fuori dal carcere di Bollate dove è recluso dal 12 dicembre 2015.  “I tempi sono maturi”, spiega Panciroli, “per la richiesta di lavoro all’esterno. Siamo nei termini di legge per essere ammessi, ovviamente dopo la necessaria valutazione del Tribunale di Sorveglianza. Sappiamo che non sarà facile trovare una soluzione con le caratteristiche giuste, che sia rispettosa per il mio assistito e per chi lavorerebbe con lui. Ci vuole un datore di lavoro motivato vista l’attenzione mediatica su questa vicenda”.

Adesso nella casa circondariale di Bollate, Stasi lavora come centralinista per una compagnia telefonica per 1000 euro al mese. Dal suo stipendio viene detratta una somma concordata per risarcire un milione di euro alla famiglia della vittima come richiesto dal tribunale. Dopo che i genitori del giovane avevano messo a disposizione delle parti civili tutto ciò che le era possibile.

Con Alberto Stasi libero di lavorare all’esterno, per la famiglia di Chiara Poggi vorrebbe dire riaprire una ferita che non si è mai rimarginata per la perdita della figlia di 26 anni laureata a pieni voti in Economia. Per la mamma, il papà e il fratello di Chiara non ci sono mai stati dubbi che il colpevole sia stato Alberto Stasi, bocconiano, a cui la ragazza era legata da quattro anni.

Un delitto che ha sempre avuto lati d’ombra mai chiariti e che aveva fatto dividere l’Italia tra colpevolisti e innocentisti. Con un iter processuale molto tortuoso.

Laura Panciroli

Nessuna prova e nessun movente. Niente arma del delitto e niente impronte. Un solo colpevole: Alberto Stasi. Per i giudici è lui che quel pomeriggio di 14 anni fa uccise la fidanzata nella villetta della ragazza, a Garlasco, in provincia di Pavia.

Roberto Stasi, nato a Sesto san Giovanni il 6 luglio 1983, allora studente di economia divenuto poi commercialista, viene assolto in primo e secondo grado. Il 12 dicembre 2015, però, la corte Suprema di Cassazione lo riconosce definitivamente colpevole del delitto e lo condanna a 16 anni di carcere. E a nulla serviranno le richieste di revisione del suo legale. “Non posso che confermare”, spiega l’avvocato Panciroli, “come l’esito di questa articolata vicenda giudiziaria non possa persuadere chiunque la osservi con animo sgombro da pregiudizi e dalla necessità di salvaguardare un risultato investigativo parziale. Nessuna prova diretta che Stasi sia stato l’autore dell’efferato crimine di cui è stato ritenuto responsabile, nessun movente, un alibi ignorato, un’arma mai identificata, una serie di indizi tanto interpretabili da indurre i primi due giudici (di primo e secondo grado) ad assolverlo. Non solo la difesa ed un discreto numero di stimati magistrati la pensavano e la pensano così ma, ora, leggiamo, anche il Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano”. I militari dell’arma, infatti, in data 7/7/2020, scrivono al procuratore aggiunto Mario Venditti, del tribunale di Pavia: “…. dalla rilettura di tutti gli atti inerenti all’omicidio di Garlasco, appare siano emersi alcuni elementi non sottoposti mai all’attenzione dell’AG (Autorità Giudiziaria ndr) e degli organi giudicanti e su cui non risulta sia stato fatto mai alcun riferimento. In questo scenario, quindi, è opportuno elencare sinteticamente gli elementi fattuali certamente idonei ad una riflessione sul costrutto probatorio…”.  Ed elencano una serie di fattori che contrastano con le prime indagini. “Alla luce di quanto ricostruito in questa nota”, concludono i detective dell’Arma, “senza quindi aver potuto contestualizzare gli oggetti investigativi descritti con la consultazione di tutti i molteplici atti che hanno costituito il complesso fascicolo processuale che ha portato alla condanna di Alberto Stasi, laddove codesta AG ritenga opportuno effettuare ulteriori approfondimenti di indagine in relazione alle anomalie descritte, si prega di voler autorizzare questo Comando ad accedere ai fascicoli delle precedenti indagini svolte…”  Ma anche questo viene archiviato.

E in quell’afoso e maledetto 13 agosto 2007, Chiara Poggi viene colpita a morte con un oggetto contundente. Secondo gli inquirenti la giovane conosceva l’assassino, avendogli aperto in pigiama e in maniera spontanea, dato che non furono rilevati segni di effrazione all’interno dell’abitazione. Chiara era sola in casa, mentre i genitori e il fratello erano in vacanza. Il fidanzato Alberto Stasi, studente della Bocconi, trova il corpo della ragazza e lancia  l’allarme, ma i sospetti si concentrano subito proprio su di lui per alcune situazioni che l’accusa ritiene importati: l’eccessiva pulizia delle scarpe dopo aver camminato sul pavimento sporco di sangue. L’assenza di sangue sui vestiti e alcune incongruenze nel suo racconto. Alberto Stasi viene così arrestato il 24 settembre 2007 per ordine della Procura di Vigevano, ma scarcerato quattro giorni dopo dal gip Giulia Pravon, per insufficienza di prove. E viene assolto dall’accusa di omicidio con rito abbreviato, sia in primo sia in secondo grado per “non avere commesso il fatto”, mentre la Corte di cassazione, il 18 aprile 2013, annulla la sentenza di assoluzione. Al processo d’appello bis in seguito a una nuova perizia computerizzata sulla camminata e ad alcune contraddittorietà nel racconto, il giovane viene ritenuto colpevole e condannato a ventiquattro anni di reclusione per omicidio volontario, con l’esclusione delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione. Pena poi ridotta a 16 anni anche senza delineare un movente, ma parlando di un momento di rabbia del giovane. “Se davvero avesse ucciso lui la povera Chiara”, continua l’avvocato, “avrebbe meritato 30 anni come era giusto che fosse”.

Chiara Poggi viene assassinata in maniera brutale, ma non muore all’istante, subisce una lenta agonia. Sulla drammatica vicenda la madre della ragazza, Rita Preda, si era limitata a dire che “finalmente la storia era finita”, mentre l’avvocato della famiglia, Gian Luigi Tizzoni, aveva rilasciato ai tempi una dura dichiarazione. “Continuiamo a vedere una parte della stampa e la difesa di Alberto Stasi che gettano ombre sulla sentenza. La famiglia Poggi non è più disposta a tollerare questi dubbi, valuteremo se chiedere di procedere per calunnia atteso che in queste iniziative si adombri la responsabilità di altri mentre è nota e certa la responsabilità di Stasi. I numerosi tentativi di ribaltare l’esito del processo effettuati in questi anni non hanno avuto effetto. La decisione della Cassazione conferma ancora una volta la responsabilità del giovane al di là di ogni ragionevole dubbio. Basta leggere l’ordinanza di Brescia, che aveva respinto la richiesta di riaprire il processo, per capire che la difesa di Stasi non ha portato elementi nuovi che sono imprescindibili per chiedere di riaprire il caso».


Michele Focarete

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