Il mondo del giornalismo lombardo è in lutto per la morte del grande cronista di razza Giangavino Sulas. Una notizia che mi addolora moltissimo perché eravamo molto amici e stimavo molto l’uomo, una persona veramente perbene. Avevamo lavorato assieme al quotidiano del pomeriggio La Notte e a lui mi legano molti ricordi. La tristezza è tanta e preferisco ricordarlo con il pensiero che di lui ha scritto Cesare Zapperi. A.G.
“Caro Gianga, stavolta faccio una fatica atroce a trovare le parole per avviare una di quelle interminabili chiacchierate con cui ci divertivamo a parlare di politica, di cronaca nera, di giornalismo e giornalisti. Tu per me sei stato un collega, un amico, un consigliere, un modello, quasi un secondo padre. Ricordi? Quando ci conoscemmo trent’anni fa io ti davo del lei. Per me giornalista alle prime armi tu eri già un monumento. Quel tuo nome così strano, Giangavino, l’avevo davanti agli occhi fin da quando mio papà portava a casa La Notte, il giornale del pomeriggio dove tu scrivevi articoli appassionanti di cronaca e di sport. G.g.s. eri tu. Mai avrei pensato di poterti conoscere. E invece, mancato per pochi mesi l’incontro a Bergamo Oggi, ci ritrovammo fianco a fianco al periodico Nerazzurro. Per te era una sorta di panchina in vista di un secondo tempo di una carriera straordinaria. A Bergamo certi tuoi pezzi ti avevano fatto terra bruciata intorno. Tu eri scomodo, andavi a ficcare il naso dove non si doveva e poteva. E ti avevano messo ai margini. Per un anno trasformasti quel piccolo periodico da stadio in un foglio di battaglia contro il Palazzo. Ti piaceva troppo rompere le scatole ai manovratori, le verità preconfezionate non facevano per te. Ma poi venne la chiamata milanese. Prima la Domenica del Corriere, poi Visto e quindi Oggi. Sei rinato e hai vissuto vent’anni di giornalismo da cronista di razza quale eri. Non c’era caso di cronaca nera, da Cogne ad Avetrana, dalla Circe a Yara, che non ti abbia visto in prima linea a scovare sempre nuovi particolari, a mettere in dubbio le versioni ufficiali, a raccontare anche i risvolti meno conosciuti. Perché tu, Gianga, avevi una curiosità straordinaria. Stavi ore e ore a cercare, a studiare carte, a parlare con le persone. Volevi sapere tutto di tutti. Ogni tanto, quando ti vedevo in azione, sbuffando ti dicevo: “eh basta, cosa vuoi sapere ancora?”. Ma tu sapevi che anche da una domanda in più poteva spuntare il particolare decisivo. E quanto ho ammirato il tuo coraggio, la capacità di non piegare la schiena di fronte a nessuno. Sempre con grande garbo, con una educazione d’altri tempi. Per tanti anni ho organizzato una cena prenatalizia con un ristretto gruppo di amici colleghi che vedeva te come protagonista assoluto. Ci piaceva stare ad ascoltarti perché bastava un nome, di un terrorista piuttosto che di una vittima di un delitto, per dare il là ad uno straordinario viaggio nella tua memoria. Rimanevamo incantati ogni volta e fa niente se il racconto lo avevamo già sentito dieci volte. Con me sei stato come un padre. Ci sentivamo e vedevamo spesso. Ci appassionavamo a parlare di tutto. Ore e ore di chiacchierate che non volevamo mai troncare. Avevi sempre grande attenzione, volevi sapere cosa c’era dietro quella notizia o quel titolo. Di colleghi ne ho conosciuti tanti ma con la tua capacità di affrontare qualsiasi argomento nessuno. Anche in questi mesi di malattia hai mostrato una grinta e un coraggio incredibili. Fino a poche settimane fa eri lì in collegamento video a discutere di delitti. Erano la tua passione e ormai anche l’ultima fiammella che ti teneva attaccato alla vita. Sei stato giornalista fino all’ultimo dei tuoi giorni. Un mito per me, Gianga. E solo adesso che non ci sei più riesco a dirti quel che tu credo avessi ben compreso: ti volevo bene. Ciao amico mio”


