La reclusione forzata da lockdown della primavera scorsa è stata un’occasione per riscoprire il piacere della lettura, di film interessanti alla tv e della buona cucina ma per l’artista è stata anche l’opportunità per dedicarsi a tempo pieno alla pittura tornando sul suo amato tema dell’America anni ’50 e ’60.
Il pittore milanese, scoperto nel 2004 dalla galleria Ponte Rosso di via Brera vincendo il Premio Carlo Dalla Zorza, dedicato agli artisti italiani delle nuove generazioni, fin da giovanissimo ha rivelato una vena artistica unica. Il padre infatti, riusciva a vendere i suoi quadri agli amici che già scommettevano sul futuro successo di Paolo.
Il debutto nel campo professionale avvenne come grafico pubblicitario collaborando con riviste di moda e altri famosi studi. Il 1983 l’anno della svolta: si trasferisce a Chicago dove, influenzato dalle nuove correnti , soprattutto dalla pop-art, può concentrare finalmente l’ attività sulla sua vera passione, la pittura, e inizia a ritrarre i suoi tipici soggetti americani fino a esporre la sua prima produzione, nel 2003, alla Michael H.Lord Gallery.
La realtà americana e in particolare quella di New York sono la grande fonte di ispirazione dei suoi quadri che riprendono scene di vita urbana richiamandosi soprattutto agli anni 50 e 60.
La prossima mostra, dal titolo Good Old Days – venti inediti di grande formato elaborati quasi tutti nei mesi del lockdown – si inaugura domani pomeriggio, 29 ottobre, alla Galleria Ponte Rosso, via Brera 2. Dalle 15 alle 20 Paolo Paradiso sarà presente a firmare le copie dei cataloghi e dei poster. L’esposizione rimarrà aperta fino a 21 novembre tutti i giorni da martedì a sabato , orario 15 – 19.
“Dipingo quello che mi diverte – spiega l’artista soddisfatto dei suoi risultati -. Non giudico niente e nessuno, non voglio dare messaggi Certo che sono impegnato e voglio dire tante cose cose ma solo attraverso la pittura, con la ricerca della bellezza. Questo difficile periodo che attraversiamo ha rappresentato per me una importante occasione per dedicarmi completamente alle mie tele.Oltre venti quadri in sei mesi. Ho potuto portare a termine progetti iniziati tempo fa e anche avviato nuove esperienze. La data sull’opera è sempre quella dell’ultima pennellata, coma faceva Balthus”.
Raffaele Biglia


