Attualità, In Evidenza
L’Ospedale di Sesto merita la benemerenza per la lotta al Covid-19 e perché salva tante vite ogni anno (compresa la mia)
Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato la notizia della proposta della Lega all’Amministrazione comunale di Sesto San Giovanni di assegnare la benemerenza “Sesto d’Oro” (che annualmente premia cittadini, associazioni e aziende sestesi che hanno portato lustro alla città) all’Ospedale cittadino, per celebrare il grande lavoro svolto nella lotta contro il coronavirus. A sostegno di questa iniziativa pubblichiamo la testimonianza del nostro direttore Michelangelo Gallizzi, che proprio un anno fa ha potuto sperimentare direttamente il livello di qualità nell’assistenza sanitaria garantito dal nosocomio di viale Matteotti in un momento per lui particolarmente delicato.
——————————————————————————————————————–
Ci sono giorni che non sono uguali agli altri. Ognuno ha i suoi. Per me il 22 giugno è uno di questi. Proprio oggi, esattamente un anno fa, ho riaperto per la prima volta gli occhi dopo un intervento chirurgico per un problema di salute che mi poteva costare la vita.
Sono circa le ore 11.30 del 22 giugno 2019. Sono disteso sul letto all’interno della terapia intensiva dell’Ospedale di Sesto San Giovanni. Appena l’effetto dell’anestesia mi dà tregua, inizio a guardarmi in giro chiedendomi dove sia finito. Non faccio in tempo ad alzare lo sguardo che vedo il sorriso del dottor Monaldo Pichi Graziani venirmi incontro. È lui l’angelo che mi ha tenuto agganciato alla vita lottando per tre interminabili ore. Ha l’espressione serena di uno consapevole d’aver fatto un mezzo miracolo: «Ciao Michelangelo, è stata veramente dura, ma ce l’abbiamo fatta. Ti abbiamo preso per i capelli».
Una manciata di parole può avere un effetto più dirompente di una mina che ti esplode a pochi metri di distanza. La consapevolezza di essere stato per qualche ora in bilico su un crinale strettissimo dà un senso di vertigine. Hai la sensazione di aver vinto un fantastico premio, ma non sai per quale motivo e come te lo sia guadagnato.

Prima di stare così male, stavo bene. Ma bene davvero. Pensavo alla mia famiglia, al mio lavoro, alla splendida vacanza di agosto in Sicilia già prenotata da settimane. Poi, all’improvviso, un dolorino all’altezza dell’addome, sulla destra. «Niente di che», penso. Ma visto che non passa, e nel giro di poche ore comincia ad accompagnarsi a un po’ di febbre e a un generale senso di spossatezza, decido, decidiamo in famiglia, che è il caso di andare al Pronto soccorso. I sintomi non sembrano gravi ma non siamo tranquilli, meglio approfondire.
I medici ci spiegano che c’è una bella infezione in corso e la colecisti (un organo di cui conoscevo a malapena l’esistenza) ha bisogno di una messa a punto. Servirà forse un intervento, ma prima bisogna abbattere l’infezione. Il ciclo di antibiotici può essere fatto a casa o in ospedale, con ricovero. Col placet del medico di turno, decidiamo di farlo a casa. Si tratta di semplici iniezioni, una al giorno per una dozzina di giorni.
Passa però un solo giorno e il dolore si fa più intenso, la febbre sale rapidamente. Raggiunge livelli di guardia. Il senso di spossatezza e confusione si aggrava, fatico a reggermi sulle gambe. Seconda corsa in Pronto soccorso. Stavolta i medici capiscono subito che la situazione merita un’attenzione particolare. L’intervento non è più una possibilità, bisogna farlo, ma sarebbe meglio attendere che l’infezione migliori. Si decide dunque di temporeggiare, sotto stretto controllo, e seguire passo passo la situazione, sperando che i farmaci portino a un’evoluzione favorevole. Nel giro di mezz’ora la pressione arteriosa però precipita: è in atto uno shock settico. L’intervento non è più rimandabile neppure di un’ora, neppure di un minuto. Si entra in sala operatoria per quello che è considerato un “intervento salva-vita”. Può andare bene, può andare male.
Ma come? Solo tre giorni prima ero al mare in Liguria a farmi le mie solite interminabili nuotate, affrontando con impudenza il sole feroce delle ore più calde, e ora sono disteso su un lettino circondato da camici verdi che devono fare un miracolo per darmi la possibilità di veder sorgere la prossima alba? Dev’essere tutto uno stramaledetto scherzo. «Sì, c’è senz’altro un errore», riesco a pensare un attimo prima che l’anestesia prenda il sopravvento e non mi dia modo di continuare ad approfondire il paradosso. Ricordo il volto dolce e rassicurante dell’anestetista: «Michelangelo, adesso ti addormento».
Il passaggio più critico della mia vita lo affronto “dormendo”. L’agonia ora tocca solo ai miei familiari, che girano nervosi nella sala d’attesa del Pronto soccorso sostenendosi a vicenda e avvertendo parenti e amici di quello che sta succedendo. Devono trascorrere tre infiniti giri di lancette dell’orologio prima che l’intervento si concluda. Il team di medici raggiunge subito il gruppo dei miei affetti più cari: è andato tutto bene, anche se la situazione si è dimostrata perfino più grave del previsto. Certo, ci sono da attendere 48 ore di terapia intensiva prima di stare tranquilli, ma ora sembra quasi un dettaglio. La mia famiglia passa dall’angoscia più profonda alla gioia smisurata nel giro di pochi minuti: un passaggio emotivo talmente forte da dare una sensazione di ubriachezza, mi racconteranno in seguito.
Tutto procede al meglio anche nelle ore successive. Due giorni dopo mi trasferiscono in reparto. Sono ancora avvolto da tubicini di tutti i tipi infilati in ogni parte del corpo, ma sto sempre meglio. Sento tornare le forze, non provo alcun tipo di dolore, mi riapproprio dei miei pensieri migliori. Una settimana esatta dopo la grande paura, i medici decidono di dimettermi. Per loro sono tecnicamente guarito. Sono sorpresi nel constatare la velocità con cui mi sono riconquistato il mio diritto alla vita. Torno a casa, fine di un incubo.
È trascorso esattamente un anno. E a seconda dei momenti mi sembra di parlare di un fatto lontanissimo oppure incredibilmente vicino, come fosse accaduto la settimana scorsa.
La nostra sanità ha diversi motivi per essere celebrata, soprattutto quando regala vita alle persone. E con me è stato fatto un lavoro straordinario. La maggior parte delle persone con cui ho avuto a che fare (medici, infermieri, operatori sanitari a tutti i livelli) si sono dimostrate capaci, professionali, umane.
Perché mi sembra doveroso parlarne? Per due motivi, strettamente legati tra loro.
Il primo riguarda il dottor Monaldo Pichi Graziani e la sua splendida équipe. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza. Ha fatto il suo dovere, certo. Ma quando un essere umano salva la vita a un altro, si può derubricare la questione a una mera faccenda di lavoro e professionalità? Credo proprio di no.
Il secondo riguarda il “Sesto d’Oro” (la benemerenza civica destinata a chi ha portato lustro alla nostra città) e l’iniziativa di un partito politico di destinarla proprio all’Ospedale, per come ha gestito i durissimi mesi dell’emergenza Covid-19.
Sono sincero, se avessi avuto a disposizione più tempo per decidere, probabilmente non mi sarei fatto operare nell’Ospedale di Sesto San Giovanni. Il caso, o forse è meglio dire l’emergenza, ha imposto questa soluzione. Col senno di poi posso dire che è stata però una vera benedizione: ho trovato tutta l’assistenza e l’umanità di cui avevo bisogno, nel momento in cui erano davvero necessari.
Una singola esperienza personale non credo possa avere grande valore, ma per quanto piccola possa essere la mia voce, ci terrei ad aggiungerla al novero di quanti considerano l’Ospedale di Sesto San Giovanni meritevole di questa prestigiosa onorificenza.
L’eccellenza, a volte, è più a portata di mano di quanto pensiamo.
Angelo Gallizzi



