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Una lapide in via Salaino a Milano per ricordare il giornalista Walter Tobagi ucciso dai brigatisti 41 anni fa
Giusto e doveroso l’omaggio alla lapide in via Salaino a Milano dove, 41 anni fa, fu ucciso il giornalista Walter Tobagi da aspiranti brigatisti rossi, quelli della brigata “28 marzo”. Sarebbe bene, però, per chi vuole ancora fare il giornalista e per chi ha il compito di insegnare questo mestiere, andare oltre le celebrazioni e porre come materia di studio il pensiero e gli scritti di Tobagi. Si scoprirà quale è l’essenza della professione: scendere in strada, parlare con la gente, sentire tutte le opinioni e poi ricostruire un quadro rispettoso delle diversità senza forzarle in alcuna direzione. Tutto quello di cui oggi si sta perdendo il valore travolti da veline- comunicati e pressioni e ricatti.

Tobagi sapeva di essere un bersaglio, aveva paura ma non cedette, agli amici che con lui hanno condiviso il suo breve tratto di vita, aveva detto che non poteva rinunciare a quel mestiere che è stata la sua meta fin dai banchi di scuola. Le fotografie che lo ritraggono mostrano un uomo sorridente, timido ma determinato. Ricorda Giovanni Negri, che è stato presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, la pacatezza con cui Tobagi soleva dire: voler capire per poter spiegare. Chi lo ha conosciuto, garantisce che era proprio così: il rigore nel lavoro si accompagnava ad ironia, arguzia, disponibilità verso gli altri. “Una storia la sua – dice Beppe Giulietti presidente della Federazione della Stampa – che non è racchiusa in questa ricorrenza ma nella memoria collettiva che va preservata e arricchita perché dà frutti di conoscenza ed esperienza anche nel presente”.


Alessandra Rissotto



