Cronaca, In Evidenza
Trasporti inefficienti in Liguria e l’insegnante precaria di Alassio deve rinunciare all’incarico
Una professoressa, la scuola di un paesino di poco più di mille abitanti dell’entroterra ligure e il servizio di trasporti pubblici del luogo. Questi i protagonisti di una storia che ha i contorni dell’assurdo. Lei è Patrizia Molfa, il suo mestiere è insegnare, lo fa da tanti anni e sempre con incarichi a tempo. Vive poco fuori Alassio insieme al marito e avrebbe dovuto iniziare a lavorare a Pieve di Teco, a una trentina di km di distanza. Mezzo per arrivarci: il trasporto pubblico, un autobus in questo caso.
È lei a raccontarci l’accaduto: «Sono un’insegnate precaria, eterna supplente della scuola pubblica italiana, e giovedì 29 settembre avrei dovuto assumere un incarico in una scuola a Pieve di Teco, un piccolo centro in provincia di Imperia. Ho sempre utilizzato esclusivamente i mezzi pubblici per i miei spostamenti di lavoro, ma avendo già lavorato in questo paese dell’entroterra ligure ho risposto senza riserve e in assoluta buona fede alla convocazione. Prima di confermare la presa di servizio, ho verificato comunque per scrupolo, sull’orario ufficiale, la presenza di una linea di collegamento tra Albenga e Pieve (io vivo ad Alassio) e il relativo orario delle corse, per accertarmi che fosse adeguato per le mie esigenze professionali».
«Il pullman sarebbe dovuto partire, da orario, alle 6.40 dalla stazione di Albenga. Io alle 6.15 sono già alla fermata, in largo anticipo. Alle 7.15 però ancora nulla appare all’orizzonte. Chiamo a scuola, faccio presente la situazione. Mi chiedono di aggiornarli quando so qualcosa. Passo un’ora a cercare di contattare l’azienda per avere informazioni. Non risponde nessuno».
«Passa un mezzo e l’autista mi conferma che semplicemente la corsa prevista alle 6.40 è saltata e sarà lo stesso anche per la successiva, quella delle 7.50. L’autista, che è un lavoratore come me, solidarizza, biasima il disservizio e mi invita a contattare l’azienda per avere spiegazioni o qualche certezza per i giorni a venire. Mi riattacco al telefono: l’azienda però non risponde e non lo farà per tutta la mattina; la scuola invece richiama, chiede giustamente notizie, conferme, che io non posso in tutta coscienza fornire in alcun modo».
Conclusione: la rinuncia all’incarico. Pensieri, ragionamenti, confronti in famiglia, ma ormai è chiaro che sarebbe un calvario ogni mattina, che metterebbe la scuola e gli alunni in una situazione difficile accettando il lavoro senza poter garantire puntualità e continuità.
In più, come se «non fossi già sufficientemente turbata per questa situazione, mi tocca anche affrontare il leggero biasimo della persona della scuola con cui parlo, che mi chiede perché gli insegnanti come me, che usano i mezzi pubblici, inseriscano le scuole dell’entroterra tra le loro preferenze. Mi tocca sottolineare l’ovvio: dal momento che ho già svolto in precedenza servizi a Pieve, mi sembra una scelta legittima mantenere quel paese tra le preferenze. Ciò che però mi turba dell’allusione fatta da questa persona è che dia ormai per scontato che il trasporto pubblico non offra alcuna garanzia, che gli enti pubblici – dalla scuola alla regione, passando per provincia e comuni – siano impotenti e inerti e soprattutto che siano i lavoratori a doversi fare carico di oneri e disagi, quasi dovessimo ancora ringraziare di avere degli incarichi».
«Ci siamo assuefatti a tal punto al malfunzionamento del sistema-paese che facciamo ricadere il nostro biasimo su chi è vittima di quel malcostume piuttosto che su coloro che ne sono responsabili. Oggi è un giorno di grande sconforto e amarezza. Mi sento sconfitta».
(Photo by Ash Gerlach on Unsplash)


