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Terapia del Dolore, l’anestesista Massimo Allegri del Policlinico di Monza ci spiega le cure migliori per non soffrire
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Chi arriva al Policlinico di Monza non può non apprezzare il parco che lo circonda con tanto di pavoni ma, la scoperta che può cambiare la vita è all’interno della palazzina dove ha sede il Centro per la Terapia del Dolore. Ne è responsabile il dottor Massimo Allegri, anestesista, fondatore nel 2018 dell’Italian pain group.
– Dottor Allegri sentir parlare di terapia del dolore, ancora oggi, getta nello sconforto perché?

“Penso che esistano due pregiudizi, il primo lieve, è legato alla generale disposizione di non voler manifestare il dolore, il secondo, più pesante, è l’associazione della terapia del dolore con le cure palliative utilizzate nei casi oncologici. In realtà la terapia del dolore prende in carico tutti i tipi di dolore che necessitano di una diagnosi “.
– Quali sono i dolori più invalidanti?
“Le statistiche ci dicono quelli alla schiena, un paziente su tre se ne lamenta con il medico di famiglia, il quaranta per cento delle assenze da lavoro è legato a dolori alla schiena e uno studio di anni fa, in Portogallo, diceva che il dieci per cento del Pil se ne andava per questa patologia”.
– Di solito si ricorre agli antinfiammatori e a presidi tipo i cerotti, i patch , scorretto?
“Sì intanto perché gli antinfiammatori, presi a caso, hanno un elevato indice di tossicità e poi perché si rischia di buttare i soldi”.
– Come si deve procedere dunque ?
“Innanzi tutto occorre fare una diagnosi corretta per evitare in caso di errore che il dolore acuto possa trasformarsi in cronico, poi il terapista del dolore di concerto con altri specialisti a cominciare dal neurochirurgo indicherà quale terapia scegliere”.

– Salvo i casi gravi che necessitano di intervento chirurgico, in cosa consiste la terapia del dolore?
“In infiltrazioni di sostanze specifiche, dal cortisone agli antidolorifici, che vengono iniettati in modo mirato e cioè sotto la guida di radiografia o di ecografia per centrare i punti precisi del dolore. In taluni casi si può procedere addormentando il dolore con la termolesione”.
– E nel futuro della terapia del dolore ?
“C’è la medicina rigenerativa, e cioè si prelevano dal paziente cellule di grasso, si purificano e si iniettano in punti mirati per ottenere quello che si chiama “ effetto buster” e cioè è un accelleratore di autoguarigione. Con la medicina rigenerativa possiamo consentire al paziente di guarire da solo.Ovvio che un percorso riabilitativo è comunque d’obbligo.”
– Quindi si potranno evitare interventi inutili?
“Sicuramente ma è importante che anche il paziente cambi mentalità e non pretenda di togliere il dolore in un lampo scegliendo la strada più breve come può sembrare quella dell’intervento.”
-Che cosa rende il Centro di Monza un punto di rifermento?
“È una struttura che ha messo a disposizione spazi altamente tecnologici, ha un’ equipe infermieristica altamente qualificata e ha un rapporto stretto con altri specialisti tant’è che è un reparto trasversale.”
-Quali sono le sue priorità fuori da qui?

“La famiglia, pensi che allo scoppio del Covid, per due mesi, ho lasciato il lavoro per sostenere mia moglie, anestesista pure lei ,che tutte le sere tornava dall’Ospedale Papa Giovanni di Bergamo piangendo. Le condizioni in cui lavorava chiusa in uno scafandro erano disperate, mi ricordo che una notte mi ha detto : non so se avremo ossigeno per domani. I negazionisti avrebbero dovuto vivere quei giorni a Bergamo, era come se una bomba atomica avesse colpito la città“.
A cura di Alessandra Rissotto



