Beemagazine, il quotidiano on-line diretto da Mario Nanni pubblica un’interessante intervista al presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana che di seguito riportiamo
Con l’intervista al presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, avvocato di professione, Beemagazine avvia un giro di interviste a presidenti di Regione e a sindaci delle principali città italiane. Per registrare le idee, le proposte, i motivi di orgoglio e di preoccupazione dei protagonisti delle amministrazioni regionali e comunali. Al termine di questo giro, che avrà insieme il valore di una inchiesta e di un sondaggio, Beemagazine farà una sintesi dei motivi comuni e delle eventuali differenziazioni. Potrà essere un materiale utile allo sviluppo del dibattito politico sulle autonomie e sulle varie criticità dei territori, e una diretta informazione ai cittadini…
–Cominciamo da una domanda birichina: qualcuno vi chiama governatori. La cosa vi lusinga, vi infastidisce o vi fa pensare: quanto sono ignoranti questi giornalisti?!
“In effetti la definizione non esiste nel panorama istituzionale italiano. È una sintesi giornalistica entrata a far parte del lessico popolare ed ha un’accezione molto dirigista, come se ci fosse un uomo solo al comando di ogni Regione. Non è così. Per questo preferisco essere il presidente della Lombardia. Il governatore, tra l’altro, deriva il suo potere non dal popolo, ma da qualcuno sovraordinato che glielo cede. Noi siamo eletti direttamente dai cittadini”.
–La pandemia ha dato ai presidenti di Regione una nuova centralità, momenti anche di protagonismo. Quanto avete sentito il peso di dover gestire la situazione sempre in movimento?
“Un protagonismo non cercato, e una centralità spiegata dalla vicinanza e riconoscibilità dei presidenti sui territori. Ognuno di noi – io prima e più di tutti – si è trovato a combattere una battaglia durissima e improvvisa, senza indicazioni precise specie all’inizio. Sono stati mesi di enorme impegno, in prima linea, per contrastare il virus, per dare ai cittadini risposte efficaci“.
–Sempre durante la pandemia, si è accentuata la difformità di decisioni e di posizioni tra le Regioni e il governo centrale e tra le Regioni fra loro. Si è sfiorata in qualche caso la torre di Babele. In casi così drammatici come una pandemia, riterrebbe necessario un unico centro decisionale a livello centrale?
“Mi permetta di dissentire. La Conferenza delle Regioni è stato il luogo della sintesi di proposte assunte praticamente sempre all’unanimità e con senso di responsabilità verso il Paese. Basta ricordare che le riaperture del maggio 2020 sono state rese possibili dal lavoro delle Regioni, anche forzando le timidezze del Governo. Con il Governo abbiamo discusso, anche aspramente, per raggiungere obiettivi comuni e, almeno da parte nostra, non per calcoli politici o di convenienza. Noi siamo le antenne sui territori, conosciamo le esigenze delle comunità, ci assumiamo responsabilità. Le Regioni hanno dato prova di coesione ed efficacia, ciascuna con le proprie specificità. Le faccio un altro esempio: la campagna vaccinale. Senza le Regioni non sarebbe stata possibile. Se poi vogliamo parlare del necessario coordinamento del Governo, tutti hanno visto il cambio di passo operato dal commissario Figliuolo. Lui ha dato certezze su approvvigionamento e distribuzione, consentendo a tutti noi di programmare con precisione il lavoro. Insisto, la pandemia ha mostrato la capacità delle Regioni di saper affrontare efficacemente una situazione straordinaria alla quale da Roma in giù nessuno era preparato”.
–L’istituto regionale, a livello di sentimento popolare, non gode e non da oggi di buona stampa. Quali sono i motivi secondo Lei? La percezione che si tratti di carrozzoni, di duplicazioni a livello territoriale del modello burocratico statale? Di costi eccessivi tra organismi pletorici e stipendi?
“In questo Paese, ahimè, non vedo molti esempi di grande efficienza nelle filiere burocratiche e amministrative. La sua domanda generalizza e accomuna tutti nello stesso giudizio. Nella mia Regione i bilanci sono a posto e sempre “bollinati” dalla Corte dei Conti, gli esercizi finanziari si chiudono con avanzi di gestione, la cassa è attiva, abbiamo un rating superiore allo Stato che ci consente l’accesso ai mutui in tranquillità, i fondi comunitari vengono spesi nei tempi della programmazione voluta da Bruxelles, in un quadro di efficienza nella erogazione dei servizi al cittadino“.
–Sono risultati di cui può andare giustamente orgoglioso.
“Infatti, di cosa parliamo?! Io rilancio con il tema dell’autonomia: noi saremmo in grado di fare di più e meglio – senza sottrarre nulla agli altri – se ci venissero date maggiori competenze, come richiesto nel nostro Referendum popolare, e a parità di costi per il sistema Paese. Chiediamo più competenze e le stesse risorse che oggi lo Stato impiega per svolgerle. Sono certo che potremmo dare servizi migliori con meno sprechi. Io credo che si debba consentire alle Regioni, cosi come è scritto nella Costituzione, di percorrere la strada della responsabilità e dell’autonomia che si sentono in grado di assumere. Avremmo un Paese più semplice e “amico” dei cittadini”.
Mario Nanni



