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L’Unità di Chirurgia del San Raffaele di Milano, centro di riferimento per patologie benigne e oncologiche. Parla il chirurgo Ugo Elmore
Dopo una lunga sequenza di giorni con temperature straordinariamente miti, alla fine l’inverno si è preso la sua rivincita, ed eccoci alle prese con un freddo gelido che nulla porta di buono a chi soffre costantemente di alcuni malanni come, ad esempio, le cardiopatie o il reflusso gastroesofageo. Una patologia, quest’ultima, che stando alle statistiche colpisce il 30 per cento degli italiani come ci conferma il dottor Ugo Elmore, direttore del Programma Strategico di Chirurgia Oncologica e Mininvasiva dell’apparato digerente e del peritoneo al San Raffaele di Milano.

–Dottor Elmore ci sono soggetti più colpiti di altri?
“Guardi ci sono molti report che ci dicono quanto il reflusso colpisca, oggi, quasi tutte le fasce di età, dall’età adolescenziale a quella adulta a quella anziana.
Accade, dunque, che una gran parte della popolazione soffra per la anomala risalita nell’esofago di materiali acidi provenienti dallo stomaco“.
-Come si affronta questa patologia?
“Innanzi tutto occorre fare, rapidamente, una diagnosi corretta anche perché i sintomi del reflusso ( tra gli altri, tosse stizzosa, dolore retrosternale, starnuti a raffica, bruciore in gola) possono far pensare ad altre patologie. Una volta diagnosticato, si procede con l’assunzione di farmaci specifici prescritti dal medico di famiglia o dallo specialista, secondo una ben determinata posologia. Ovviamente si deve associare una dieta sobria e in generale uno stile di vita corretto“.
-Qualora la terapia di base non desse risultati?
“Bisogna approfondire. Ci sono indagini strumentali riservate solo ai casi in cui, anche dopo un primo trattamento di base, continui a ripresentarsi la patologia e quindi con gravi condizionamenti per la vita del il paziente”.
–A questo punto entra in campo l’endoscopia?

“Si, in prima battuta, su richiesta di uno specialista, c’è la gastroscopia, poi ci sono esami che studiano la fisiopatologia esofagogastrica e, in particolar modo, la ph impedenzometria, che si esegue nei centri di riferimento, ed è l’unico esame che permette di confermare o meno la presenza di un reflusso patologico e di un’esofagite da reflusso.
L’ultimo step, qualora il trattamento medico non desse risultati e la sintomatologia si ripresenti, c’è la chirurgia mininvasiva per questa patologia che può essere associata, in taluni casi, all’ernia iatale
-In cosa consiste?
“Consiste nel ricreare uno sfintere a livello della giunzione esofagogastrica, utilizzando il fondo dello stomaco, in pratica facciamo un intervento di plastica antireflusso che, oggigiorno, si può avvalere di un approccio di chirurgia mininvasiva“.
Il dottor Elmore, è esperto anche in un’altra disfunzione specifica dell’esofago: l’acalasia patologia inserita tra le malattie rare, la cui diagnosi è tutt’altro che semplice.
-Malattia rara ma piuttosto diffusa?
“Si, c’è un alto numero di nuove diagnosi di acalasia negli ultimi anni, tant’è che esiste una Associazione Nazionale di pazienti con acalasia molto attiva ed efficace, forse la meglio organizzata in Italia”.
–Come si manifesta la malattia?
“All’inizio c’è una disfunzione modesta, il paziente riferisce che fa fatica ad alimentarsi, sente difficoltà al passaggio del cibo che tende a fermarsi dietro allo sterno provocando rigurgito.
Questo accade perché è alterata la motilità delle pareti dell’esofago che nell’ultima parte presenta si contrae in modo abnorme restringendosi.
Le difficoltà segnalate dai pazienti via via progrediscono e fino al punto che è quasi impossibile alimentarsi in modo adeguato con il rischio di una grave perdita di peso.
-Come si formula la diagnosi?
“Ci sono due esami cardine: l’esofagogramma che verifica l’alterata motilità dell’esofago e l’impedenzomanometria, nuova diagnostica strumentale che viene utilizzata proprio per questo tipo di patologia“.

-E il trattamento?
“Si può intervenire per via endoscopica inserendo, in pratica, un palloncino che dilata l’esofago ma questa metodica non dà risultati duraturi nel tempo.
C’è invece un trattamento chirurgico molto consolidato, con efficacia nell’ottantacinque per cento dei casi.

Si procede, mantenendo intatte le pareti dell’esofago ma eliminando il restringimento dell’ultima parte il che consente il passaggio del cibo per gravità. Si associa poi una plastica parziale antireflusso.
Al San Raffaele, nell’ambito dell’Unità di Chirurgia Gastroenterologica diretta dal professor Rosati che è il mio Maestro, c’è uno dei pochi i centri in Italia in grado di affrontare questa ed altre patologie benigne ed oncologiche con competenze multidisciplinari specifiche“.
Alessandra Rissotto



