Sanità & Salute
La cardiologa Barbara Mantellini spiega perché il farmaco Inclisiran non può considerarsi un vaccino
Oggi si parla e si scrive molto di “vaccino anti infarto“, ma di cosa parliamo? Lo abbiamo chiesto a Barbara Mantellini, cardiologa, del Policlinico San Donato, all’avanguardia nelle patologie cardiovascolari e nella cardiologia pediatrica.
–Dottoressa Mantellini possiamo davvero pensare a un vaccino?

“No, la molecola di cui ci stiamo occupando si chiama Inclisiran ed è un farmaco. È stato assimilato ad un vaccino per due motivi: per il modo con con cui si somministra e cioè con iniezione solo due volte l’anno e poi perché agisce sul mRNA. Però a differenza del vaccino che stimola la produzione di proteine che noi chiamiamo anticorpi, l’Inclisiran blocca la produzione di alcune particolari proteine del fegato“.
-Quindi parlare di vaccino è una semplificazione giornalistica?
“Certo, come ho detto, Inclisiran è un farmaco che agisce con azione mirata su alcune cellule del fegato riducendo la produzione di particolari proteine responsabili del cosiddetto colesterolo “cattivo” LDL per far sì che la percentuale di questo LDL sia la più bassa possibile”.
-È già in uso?
“Per ora è in uso ristretto, solo su pazienti che soffrono di dislipidemie particolarmente gravi che non rispondono più alle terapie classiche come le statine e altri farmaci che abbiamo già a disposizione. Si somministra su indicazione di alcuni centri specializzati.
-E nel prossimo futuro?
“Sono iniziati degli studi, a cui partecipano diversi centri italiani, che mirano a valutare l’efficacia di questo farmaco non solo in questo tipo di pazienti con livelli così alti di colesterolo, ma anche in pazienti che abbiamo avuto eventi eventi cardiovascolari come ictus e infarti e che quindi possano beneficiare di questo farmaco abbassando i livelli di colesterolo ma soprattutto riducendo i rischi di mortalità della malattia cardiovascolare“.
–Restiamo intorno al cuore agganciandoci al tema che da più di due anni ci tiene col fiato sospeso: il Covid.

“Bisogna prendere atto che la proteina spike del virus si lega a tanti recettori che sono sulle cellule di molti nostri organi compreso il cuore. Ecco perché Covid ha dato segni così pesanti e prolungati non ultimi le miocarditi e pericarditi che hanno colpito molti pazienti infettati“.
–Cosa vuol dire avere una miocardite?
“Vuol dire avere sintomi a volte leggeri quasi misconosciuti, ma altre volte si manifestano forme molto gravi tanto da poter finire in terapia intensiva”.
-E quindi lei consiglia di fare controlli post Covid?
“Certamente, questa affinità del virus col muscolo cardiaco ci suggerisce di non sottovalutare possibili e anche silenziose strascichi da Covid. Pertanto anche chi ha apparentemente superato l’infezione dovrebbe pensare a controlli organizzati, strutturati. Io suggerisco dopo tre mesi e dopo sei mesi una rivalutazione dei pazienti nei centri Covid che sono stati aperti. La Federazione di Medicina Sportiva, a esempio, ha voluto che venisse inserito l’ecocardiogramma di routine per tutti i giovani che hanno avuto Covid e che vogliono tornare in campo”.
Alessandra Rissotto



