
Prosegue la serie di articoli a cura di Federica Mormando, a uscita settimanale, che spiegano come e perché agire al meglio con i bambini fin dalla nascita, per permetterne la buona formazione della mente e della persona, rispettando i tempi individuali.
Un problema grave che riguarda bambini, ragazzi e pure molti adulti, che bambini e ragazzi sono stati, è il non considerare le conseguenze, immediate, a medio e lungo termine, delle scelte e dei gesti. È in atto da tempo la non educazione a prevedere le conseguenze, sia per il progressivo privilegiare gli impulsi e agire le emozioni, sia per il difetto di educazione anche scolastica alla logica, sia per il modo irresponsabile di vivere dei bambini. Di rado i bambini possono verificare le logiche conseguenze di ciò che dicono o fanno. Una nota a scuola o un castigo sono conseguenze indirette, passeggere, che molto spesso si rivoltano contro gli adulti. Il castigo è inteso come un capriccio dei genitori, ed è generalmente disgiunto da ciò che l’ha provocato. La privazione del computer non è una conseguenza diretta di un brutto voto, ma della rabbia dei genitori. La giusta conseguenza sarebbe doverlo rimediare, prima d’ogni altra cosa. La conseguenza del non andare o “andar male” a scuola, dovrebbe essere prevedere di rinunciare a sogni ed obiettivi. Ma anche sogni ed obiettivi scarseggiano, la visione del futuro è offuscata da molti fattori, che non elenco qui.

Comprendere la relazione causa-effetto è imparare a domandarsi, valutare e capire le conseguenze delle nostre azioni. E l’educazione inizia da subito.
Se un neonato piange, lo nutriamo, lo cambiamo, lo consoliamo: diamo risposta ad un suo bisogno ed è il modo per lui più naturale di apprendere che ogni azione comporta una conseguenza. Se lo ignoriamo, sperimenterà l’impotenza.
Crescendo impara giocando; con prove ed errori verifica più volte gli effetti delle sue azioni sull’ambiente e sugli adulti. Così diventa naturale che alzi le braccia quando vuole farsi prendere in braccio o che indichi l’oggetto che desidera per ottenerlo. Sono momenti importante anche per arricchire il linguaggio: pronunciamo il nome di ciò che il bimbo indica: acquisirà la consapevolezza che ogni cosa ha un nome e che pronunciare il nome di ciò che si vuole induce assai spesso gli altri a darlo.

Parole semplici e precise chiariscono in modo inequivocabile l’effetto di azioni e comportamenti. Già intorno ai 6 mesi i bimbi sono in grado di capire, pur non parlando. Per esempio: “Hai buttato a terra il gioco perciò si è rotto. Peccato, non possiamo più comprarlo”. “Il gatto fa le fusa perché lo stai accarezzando. Se carezzi il gatto, farà le fusa”.
Attorno ai 2-3 anni, giunge il desiderio di sapere il “perché” di ogni cosa: “Perché il cane ha la coda?”, “Perché al buio non vedo?”.
Servono spiegazioni semplici, immediate, che il bambino possa comprendere, ed è il momento di rinforzare la relazione tra cause ed effetti anche nelle conversazioni quotidiane. “La terra del vaso è secca, annaffiamo, se no muore il fiore!”. “Spegni la luce perché c’è il sole e non serve più”. “Se spendiamo oggi questi soldi non potremo andare alle giostre domani, perché non li avremo più”
Verso i 3, 4 anni si possono introdurre semplici esperimenti, per unire il desiderio di autonomia con la possibilità di incontrare fenomeni fisici, imparare ad osservare i particolari e a porsi domande. Tanti spunti si possono trovare in cucina.
Preparando il condimento per l’insalata possiamo osservare come olio e aceto non possano miscelarsi e anche dopo averli mescolati con un cucchiaio, tornino a separarsi.
Si può inoltre giocare con le catene causa-effetto.
Scegliere una conseguenza: “Il gatto miagola”, cerchiamone la causa: “Perché?”. “Perché ha fame” o “Perché vuole uscire”. Incoraggiamo a ipotizzare tante possibili cause: i bambini imparano a porsi domande.
Ad esempio con la “catena dei perché”. “Il gatto miagola perché ha fame”, “ha fame perché non mangia da ieri sera”, “non mangia da ieri sera perché di notte non gli diamo cibo”.
Scegliamo una situazione e cerchiamo tutti i possibili effetti: “Esco da casa quando piove”. “Perciò (quindi)?” “mi bagno”, “Se prendo l’ombrello ho le mani occupate, devo avere le mani libere, quindi …meglio il cappuccio”. Ma il punto è rendere abitudine considerare le conseguenze. Se sei egoista non ti farai amici. Se vuoi che l’insegnante ti stimi, fai vedere il tuo interesse per quello che insegna. Questo vale anche per le decisioni degli adulti: se non faccio questo succede che…
Altrettanto divertente il ragionamento a ritroso: “cosa sarebbe successo ieri se non avessimo avuto la macchina? E raccomando i tempi giusti: congiuntivo e condizionale corrispondono a operazioni mentali.
La prossima volta parleremo delle categorie, importante tappa della formazione del pensiero.
Federica Mormando
psichiatra psicoterapeuta pres. Eurotalentitalia
Luisa De Ponti
matematica, specializzata metodo montessoriano


