Thursday, September 10, 2026

Società

Adulti e Bambini – L’inclusione che esclude

Giugno 11, 2022

Prosegue la serie di articoli a cura di Federica Mormando, a uscita settimanale, che spiegano come e perché agire al meglio con i bambini fin dalla nascita, per permetterne la buona formazione della mente e della persona, rispettando i tempi individuali.

Ritengo Inevitabile accennare alle minoranze in classe. L’inclusione (dalla Treccani: l’atto, il fatto di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto) prevede che per tutti sia opportuno essere “inseriti” nello stesso ambiente anche sociale, anche per quanto riguarda l’apprendimento.

Così si sono create classi in cui c’è chi saltella, chi ogni tanto urla, chi non capisce le spiegazioni e chi le ha capite dalla prima parole. È la terribile convinzione che tutto vada bene per tutti. Dopo di che si assiste alla corsa a definire patologici parecchi bambini, così proliferano test, diagnosi e relativi psicologi, nella speranza delle maestre di ottenere un educatore piuttosto che un sostegno che dia appoggio…alla maestra!

I “diversamente abili”.

Il risultato che vedo, sperimento nel mio lavoro, è che i bambini svantaggiati (scusate, diversamente abili) se hanno un po’ di sensibilità si sentono terribilmente diversi, non in meglio, e diminuiscono la già scarsa autostima. Quanto ai più intelligenti, si sentono diversi anche loro, troppo spesso con un calo dell’autostima perché la sensazione è di non adeguatezza, non di superiorità.

Per fare un esempio grossolano ma significativo, è come se bambino di 7 anni fosse messo ad imparare in una classe di diciottenni, o noi adulti in una di bambini di 7 anni.

I “superdotati”.

Della minoranza “più” (il 3% delle persone, e – detto per inciso – anche delle maestre) si sta facendo scempio. Intendo dire che si è diffusa la testistica, non sempre ben fatta, la definizione (a scelta superdotati, gifted, APC), l’idea di creare per loro un PDP, piano didattico personalizzato. Piano che pochi sanno stendere, che se realizzato sarebbe un’altra gabbia, e che comunque è ben difficilmente effettuabile in una classe. Inoltre la preparazione degli insegnanti, la loro cultura ampia di fondo, l’elasticità, la capacità di adeguare ai ritmi individuali l’insegnamento è generalmente assai scarsa. Non è colpa loro, ma dei programmi delle scuole che hanno frequentato.

Il risultato è un bollo sui bambini “intelligenti”, senza il riscontro di una didattica adeguata.

Ricordo che nelle scuole arcaiche che ho frequentato le classi erano piuttosto omogenee, nessuno si lamentava con gli insegnanti se il voto era meritatamente basso o se quello di altri era meritatamente alto. E soprattutto, i nostri perlopiù preparatissimi docenti sapevano e potevano fare lezioni da cui ognuno poteva prendere ciò che poteva: volare approfondendo e arricchendo, camminare basso verso la sufficienza.

Una rivoluzione della scuola oggi non è ipotizzabile, anche se necessaria.

Quindi, che fare se i bambini/ragazzi più dotati si annoiano giustamente a scuola e soprattutto non valorizzano e sviluppano le proprie capacità? Per chi può, con progetti alternativi alla scuola, che non interferiscano con i programmi ma ampliino le conoscenze e formino la mente, la capacità di ricerca e l’entusiasmo. E chi non può? Fra questi, pochi riusciranno a emergere.  Peccato.

Federica Mormando

Psichiatra psicoterapeuta presidente Eurotalent Italia e Human Ingenium

Bibliografia:

Edgar Morin: La testa ben fatta, editore Raffaello Cortina

F.Mormando: Altissimo potenziale intellettivo, strategie didattico-educative e percorsi di sviluppo dall’infanzia all’età adulta. Ediz.Erickson

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