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Commemorare Moro in un Paese senza memoria. Un gigante della politica senza eredi ma può insegnare a chi vuole imparare

Maggio 09, 2020

Può sembrare rituale, e forse anche dolorosamente inutile, commemorare Aldo Moro, ucciso 42 anni fa dalla banda terrorista delle brigate rosse, in un Paese smarrito, devastato da discordie civili, dove si è persa la visione della politica come progetto di lungo periodo, e dove imperversa il festival dell’insulto quotidiano e come metodo di confronto e di dialogo.

Senza rispetto per le idee dell’avversario, trattato da nemico. con sovrano disprezzo della discussione e delle alleanze, scambiate per inciuci. E senza consapevolezza storica della storia passata di questo Paese, di chi l’ha governato, tra meriti ed errori, ma l’ha ricostruito dopo la guerra e l’ha fatto diventare una potenza  che ha voce nei consessi internazionali.

E invece  tocca assistere ai vuoti proclami di improvvisati novatori con la prosopopea di dare inizio a un palingenetico anno zero. Con il nulla alle loro spalle, per l’inganno consueto, per parafrasare una bella poesia di Montale.   

Commemorare Moro allora, se vogliamo dare un senso, dovrebbe sottrarne la figura allo spirito di fazione, alle scorie di una perdurante polemica partitica, per inquadrarla nella dimensione che ormai, dopo 40 anni, le appartiene: quella della storia d’Italia, in cui Moro è ormai saldamente collocato. E non solo perché strade e piazze di ogni Comune d’Italia gli sono state intitolate; non perché ormai il pensiero e l’azione di Moro sono oggetto di studi e ricerche, e materia di conferenze nelle scuole e università italiane.

Commemorare Moro  deve portare a percepirne la figura di leader carismatico che si è battuto per le sue idee, per una politica e per il proprio Paese e ci ha lasciato la pelle. Una sorta di storico ‘’incidente sul lavoro’’: consapevole dei rischi che correva, egli ha portato con coerenza la sua linea del dialogo e dell’apertura a sinistra, prima con i socialisti e poi con i comunisti, fino a incappare nel veto americano, nei minacciosi avvertimenti di Kissinger e infine nelle mani dei carnefici brigatisti, braccio armato di  poteri e mandanti rimasti ancora occulti.

Chi, per un riflesso condizionato di polemica politica, ha ancora una visione deformata e parziale di Moro dovrebbe tener presente che egli ha perseguito nei suoi 30 anni di attività politica, fin dall’Assemblea Costituente, una linea di confronto con gli avversari, e poi di allargamento della base democratica dello Stato.  L’obiettivo strategico e finale era essenzialmente lo sblocco del sistema democratico italiano, bloccato per mancanza di alternativa, a causa dell’esistenza del cosiddetto fattore K (Kommunism), che impediva, per ragioni soprattutto internazionali, l’alternativa alla Dc e quindi l’alternanza democratica alla guida dello Stato.

Facendosi fautore di un governo con l’ingresso del Pci nella maggioranza a sostegno del governo guidato da Andreotti nel 1978, Moro consapevolmente si rese conto di stare sul crinale di un pericolo. Ancora nella metà degli anni Settanta il mondo era diviso in blocchi e aree d’influenza, secondo gli accordi spartitori di Jalta: un blocco occidentale egemonizzato dagli Stati Uniti, e un blocco orientale comunista controllato dall’Unione Sovietica. Moro e Nenni negli anni Sessanta, Moro e Berlinguer negli anni Settanta, ognuno nel proprio campo politico, furono gli artefici di questi incontri storici: il centrosinistra, e poi i governi di solidarietà nazionale. Berlinguer aveva teorizzato un’alleanza tra cattolici e comunisti chiamandolo compromesso nel senso nobile e notarile del termine, e storico perché doveva durare, e non essere un effimero incontro di potere. L’idea del compromesso era venuta a Berlinguer dopo l’uccisione di Salvador Allende nel 1973, il presidente socialista cileno bombardato nel palazzo presidenziale della Moneda, con un golpe ispirato dagli Stati Uniti. Berlinguer trasse da quella esperienza traumatica la convinzione che l’Italia, dove c’era il più forte partito comunista dell’Europa occidentale, non era un Paese da potersi governare con il 51 per cento. E perciò propose una larga alleanza e un incontro, che doveva servire a riformare l’Italia.

L’impostazione di Berlinguer non poteva non incontrare il consenso di Moro, il politico che nella Dc si era maggiormente impegnato per il dialogo con il Pci, e aveva coniato la famosa formula  ‘’strategia dell’attenzione’’ verso le novità e il travaglio in atto nel partito comunista, sempre più teso a smarcarsi dall’influenza sovietica, Memorabile una intervista al ‘’Corriere della Sera’’del 1975,  dove Berlinguer disse che si sentiva più sicuro ‘’al di qua’’,  cioè dalla parte dell’Occidente. Per questa sua politica di progressivo affrancamento dall’Urss, e dal Pcus, Berlinguer pagò anche dei prezzi, e si disse che durante un viaggio all’estero, in un Paese dell’Est,  era stato fatto oggetto di un attentato, per fortuna non riuscito.

 Con Moro invece il progetto di eliminarlo dalla scena politica ma anche dalla vita, andò a segno, nella convergenza di interessi tra americani e sovietici: un governo con i comunisti nella maggioranza e magari un giorno nell’esecutivo guastava i piani agli Usa e metteva in imbarazzo l’Urss, e scombinava gli accordi di Jalta.

Moro, come emerse dai lavori della prima commissione d’inchiesta, fu minacciosamente esortato dal segretario di Stato americano Henry Kissinger ad abbandonare la politica del dialogo con il Pci e rimase così scosso dalle minacce non tanto larvate che si recò a pregare nella cattedrale di Saint Patrick, a New York; lì ebbe un malore e si accasciò su una panca. Al ritorno a Roma, si era nel 1974, Moro confidò ai suoi collaboratori che era tentato di astenersi dalla politica per qualche anno, ma ne fu dissuaso. E continuò a fare politica, pur sapendo a quali rischi si esponesse. Ma forse non immaginava di cadere vittima addirittura di un delitto politico, il più grave della storia d’Italia dopo quello di Giacomo Matteotti.

Moro ha pagato con la vita l’esercizio di un pensiero politico e un’azione conseguente basata sull’apertura di prospettive storiche, non una linea politica di piccolo cabotaggio: quella di allargare, prima con il centrosinistra, poi con l’incontro con i comunisti, le basi democratiche dello Stato, con la partecipazione delle masse popolari alla gestione del potere. Nel solco di una idea che nel primo decennio del ‘900 era stata tentata da Giovanni Giolitti, uno dei pochi statisti che l’Italia abbia avuto, nonostante la condanna di Salvemini, che lo bollò come ministro del malavita, per i maneggi elettorali nel Mezzogiorno usando i prefetti ( ma poi il grande Molfettese modificò questo duro giudizio).

A oltre 40 anni dalla morte, a Moro  si deve, oltre al riconoscimento di ciò che è stato e di ciò che ha fatto, anche un debito di verità da parte del suo Paese.  Al di là delle verità processuali, che hanno visto la condanna dei brigatisti, peraltro scandalosamente da tempo in libertà, e al di là delle verità acquisite da ben due commissioni d’inchiesta, resta insoluta la domanda: chi fece uccidere Moro? Le br era solo il braccio armato o c’erano le manine e le manone che armarono i mitra dei brigatisti?  Ancora non c’è una verità univoca e definitiva. L’uccisione di Moro è uno dei tanti misteri dolorosi della storia d’Italia, come l’uccisione di Enrico Mattei, di Michele Sindona, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, o le tante stragi che hanno insanguinato il Paese.

 Fino a quando una Nazione può reggersi sulla mancanza di verità? La verità è la grande assente quando si parla di Moro. La cui figura oggi può sembrare inattuale, non trasmettere nulla ai giovani di oggi che ora cominciano a sentirne parlare, o ne hanno appreso l’esistenza guardando la rituale foto del cadavere rannicchiato nell’auto lasciata il 9 maggio dai brigatisti in via Caetani a Roma, a due passi dalla sede del Pci e della Dc. Un fotogramma in cui la persona di Moro è stata irrigidita, cristallizzata, e alla fine inchiodata alla immagine unidimensionale della vittima. E’ quello che avverrà anche oggi, 9 maggio, quando in tutti i telegiornali comparirà la Renault 4 rossa, con il corpo senza vita del presidente della Dc.

Ma commemorare Moro significa anche ricordare il Moro professore, il personaggio che mentre era presidente del Consiglio riusciva a trovare il tempo per andare a fare lezione ai suoi studenti dell’Università di Roma, dove si era trasferito dall’Università di Bari che lo aveva visto giovane professore di filosofia del diritto. Una volta gli studenti gli domandarono stupiti: Ma come mai, presidente, continua a insegnare, con tutto il lavoro politico e di governo che ha da fare? Moro rispose: Gli incarichi passano, l’Università resta, io sono prima di tutto un professore. Un professore amato dagli studenti, che andavano a trovarlo anche nel suo studio di via Savoia a Roma, e che con lui si recavano a visitare le carceri. Il giorno del rapimento, nella borsa insanguinata, furono trovate alcune tesi di laurea, che quel giorno Moro andava a discutere all’Ateneo.

In una non rituale commemorazione di Moro, non può mancare il ricordo del credente, che viveva la sua fede in modo riservato, sobrio, senza ostentare corone e rosari, come certi politici di oggi. Andava a messa tutte le mattine, e questa era l’unica cosa che aveva in comune con Andreotti. Per il resto tra i due c’era una abissale distanza, umana e politica. Nell’ultima, straziante lettera alla moglie Nora, a un certo punto parlando dell’aldilà, dice. ‘’Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo’’. ‘’Uomo buono, saggio, mite, innocente ed amico’’,  lo definì  Paolo VI, che lo conosceva fin dai tempi della Fuci ( Federazione universitaria dei cattolici italiani), e si spinse a pronunciare, il 13 maggio nella Basilica di San Giovanni,  parole inusuali verso Dio:  ‘’Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro’’.

Commemorare Moro infine significa togliere dalla sua figura alcune incrostazioni che hanno deformato la sua immagine fino al rischio di sfregiarla. Cominciamo dalla obbrobriosa statua di Maglie,  dove viene raffigurato con sotto il braccio una copia del giornale ‘’l’Unità’’; Moro era sì per l’incontro politico e storico con i comunisti, ma non per sempre, ma solo per creare le condizioni di una democrazia compiuta e poi dell’alternanza, perché, ripeteva con insistenza, la Dc era ‘’irriducibilmente alternativa’’ ai comunisti, per valori, storia e visione della società.

Una pubblicistica a volte di maniera e conformistica, che si è spinta fino alla caricatura,  ne ha spesso messo in evidenza il parlare involuto, complicato, astrattamente concettoso; gli ha attribuito, per sottolineare questi aspetti, slogan come le ‘’convergenze parallele’’, che Moro non ha mai  pronunciato. A chi non voleva approfondire, studiare, analizzare, i discorsi di Moro potevano sembrare astratti e fumosi, e così anche certi suoi libri; per esempio, uno dei suoi primi : ‘’Unità e pluralità di reati’’, apparsi ad alcuni studenti universitari pugliesi semplicemente incomprensibili. E da lì forse è partito il tam tam sul Moro oscuro e indecifrabile. Una pura leggenda.

In realtà i discorsi di Moro, cominciando da quelli dell’Assemblea Costituente dove giovane deputato ( aveva 30 anni!) si guadagnò l’ammirazione di Togliatti, di Benedetto Croce, di Concetto Marchesi, Costantino Mortati,  fino ai tempi più vicini a noi, sono discorsi densi di pensiero e con una straordinaria ricchezza lessicale e di sfumature concettuali. Parlò circa sette ore, chi dice nove, al congresso della Dc di Napoli nel gennaio del 1962 per gettare le basi strategiche del centrosinistra. Erano gli anni di Kennedy e di Papa Giovanni XXIII.

I discorsi di Moro, a leggerli oggi, sembrano cattedrali concettuali. Tessiture di idee e di riferimenti storici, sul filo di una logica stringente e argomentativa, da restarne affascinati e alla fine felicemente arresi. Nel 1978, fece un discorso ai gruppi parlamentari della Dc per convincerli ad appoggiare il varo di un governo con il Pci nella maggioranza: un discorso che è un capolavoro di dialettica, di arte della persuasione, dove chiamava di volta in volta per nome gli oppositori della sua linea, ne illustrava le obiezioni sforzandosi di vederne anche il fondamento e poi le confutava e le rovesciava. Alla fine, come un pifferaio magico, portò tutta la Dc sulla sua linea politica, dicendo: Il futuro non è tutto nelle nostre mani, noi dobbiamo pensare non al domani ma al dopodomani.

E proprio su questa indubbia capacità dialettica e persuasiva che aveva avuto tanti successi, Moro puntò,, scrivendo le sue lettere dal covo brigatista, per cercare di convincere i suoi ‘’amici’’ di partito, cominciando dal ‘’mite’’ Zaccagnini, per trovare una soluzione, una via per non farlo condannare a morte, paradossale destino  ‘’nel paese di Cesare Beccaria’’. Ma la Dc era frastornata, bloccata, annichilita, senza capacità di movimento, sotto la forte pressione del Pci di Berlinguer e timorosa di apparire arrendevole o debole verso i terroristi. Poi ci si mise anche Eugenio Scalfari sulle colonne di ‘’Repubblica’’, nata da due anni,  a fare, se non il capofila, l’araldo di una vulgata secondo cui le lettere dal covo brigatista ‘’non erano moralmente ascrivibili a Moro’’.  Cioè Moro non era più lui. Un clamoroso e vergognoso abbaglio, smascherato, se ce ne fosse stato ancora bisogno,  dallo storico Miguel Gotor che ha curato una edizione critica delle lettere di Moro.

 Ho sempre pensato, e l’ho scritto, che in quelle lettere c’era il Moro di sempre, il Moro più Moro che mai.  Solo che la sua fu una tragica illusione: quella di pensare che anche stavolta la sua forza dialettica avrebbe convinto e compattato la Dc. Arrivo a immaginare che se nel covo brigatista si fosse trovato un altro personaggio, dc o anche non dc, Moro da uomo libero sarebbe riuscito a trovare una soluzione, nel rispetto delle leggi e dello Stato. Giuliano Amato, in un recente dibattito su Moro presso l’Enciclopedia Treccani,  ha detto, con la onestà intellettuale che lo contraddistingue: Non ho certezze, ma con gli anni mi sono convinto di una cosa: fu un errore a impostare la vicenda del presidente della Dc sul dilemma salvare lo Stato o salvare la vita di Moro. Se il dibattito non si fosse cristallizzato in questo modo, probabilmente si sarebbe salvata la vita di Moro senza mettere in pericolo lo Stato.

Dopo il discorso di Moro ai gruppi parlamentari, a Montecitorio, il 28 febbraio 1978, passarono 15 giorni e il pifferaio magico fu messo in una fresca mattina di marzo in condizione di non più nuocere ai poteri che avevano deciso di eliminarlo. L’Italia fu tenuta in ostaggio, insieme a Moro, per 55 giorni. Per fiaccare il Paese, lo Stato. Mi sono via via rafforzato nell’idea che i brigatisti avessero fin dall’inizio deciso di eliminarlo. Come ho qualche volta scritto,  paragonandolo alla sorte di Gramsci, si doveva impedire di funzionare a quel cervello di illuminato pensatore e di leader dal grande fascino intellettuale. Per Gramsci, il pubblico ministero del Tribunale speciale Michele Isgrò fissò il termine di 20 anni. Per Moro fu per sempre.

Mario Nanni

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