Il vecchio Manzoni, tornato nella memoria collettiva in questo periodo di contagi, forse ha qualcosa da insegnarci. Alla fine dei Promessi Sposi, Renzo torna a piedi sotto la pioggia da Milano dopo aver ritrovato Lucia nel lazzaretto. Un amico lo riconosce e gli chiede come è andata la sua ricerca. Renzo riferisce che lei c’è, è viva.
“Sana?” chiede l’amico. “Guarita, che è meglio”.
Ecco, quello che adesso ci serve è sapere chi è sano, chi contagiato, chi guarito. Gradualmente si potrà tornare a frequentarci: parenti, vicini, compagni di lavoro. Sarebbe importante sapere tutti noi, uno per uno, chi è sano (non toccato dal virus), chi è infetto, chi è guarito e non contagioso, almeno nell’immediato.
Gli esperti ce l’hanno detto da settimane: è importante sapere queste cose; tanto più se si pensa che le “proiezioni” immaginano che il virus abbia raggiunto, senza che i più se ne siano mai resi conto, uno su dieci tra gli italiani, e magari uno su venti tra i lombardi.
Adesso ci annunciano che presto faranno un’indagine a campione, con 150.000 test sierologici distribuiti in tutta Italia. Servirà, ci spiegano, a “mappare” la diffusione del virus.
Mappare è una cosa utile, ma se ciascuno sapesse come è messo non sarebbe meglio? Perché non dare via libera a laboratori, pubblici o privati, che facciano questi test? Chi saprà di essere “sano” dovrà stare attento a non infettarsi e non infettare gli altri; chi apprenderà di aver superato l’infezione senza accorgersene, o quasi, potrà adottare comportamenti in parte diversi.
Tra le tante ipotesi circolate in questi giorni ne ho letta una: a tutti coloro che fanno normali esami del sangue (glicemia, colesterolo e tanti altri) far compiere – proprio su prescrizione del servizio sanitario nazionale – un esame in più, quello sugli anticorpi del Covid-19. Non sarebbe questo un modo per favorire un ritorno, prudente, graduale ma soprattutto meno disordinato, a modi di vita che tendono alla sospirata “normalità”?
Marco Volpati


