
Se fosse vissuto di questi tempi, Crozza lo avrebbe inserito nella sua galleria di archistar: Giuseppe Perugini, architetto nato a Buenos Aires ma vissuto in Italia, avrebbe stuzzicato Crozza con la sua Casa Albero cimelio dell’architettura modernista. Siamo a Fregene, una manciata di chilometri da Roma che ha sempre considerato questa località una sua Hollywood sul mare tanto era frequentata da produttori e registi a partire da Federico Fellini, da attori celebri come Mastroianni e la Masina e da scrittori, Flaiano, Moravia e Pasolini.

Fregene con gli eleganti stabilimenti, per decenni, è stata il soggiorno estivo della borghesia di Roma che, sotto ai pini secolari, si era fatta costruire ville veramente hollyvoodiane.
Alcune sono tuttora abitate, altre sono meta di tour guidati come accade alla Casa Albero firmata da Giuseppe Perugini, da sua moglie Uga de Plaisant e anche da suo figlio Raynaldo.
Ultima, in ordine di tempo, a far conoscere questo esempio di architettura futurista e razionalista, è Autonomia da Fiumicino, associazione di cittadini che si battono per il decoro di Fregene e che, come dice il presidente Piero Strocchi, merita di ritrovare quella notorietà a cui aveva dato un gran contribuito anche Gino Pallotta, giornalista famoso, innamorato di Fregene.
La Casa Albero, chiamata così perché appesa su grandi travi di ferro e cemento, può crescere proprio come una pianta e adattarsi, verrebbe da dire ai venti, in realtà a diverse esigenze aggiungendo e spostando i moduli abitativi a forma di cubo.
Ciascuna di queste unità non ha una funzione preassegnata tipo camera, sala, cucina ma di volta in volta si può scegliere come utilizzarle.

A terra a livello del giardino, c’è poi un globo che nella ideazione degli architetti avrebbe dovuto contenere una abitazione del tutto autonoma. Completano il progetto, che risale alla fine degli anni Sessanta, alcuni cubetti in cemento di tre metri per tre, sorta di microabitazioni non adatti a chi soffre di claustrofobia.
Perugini era un profondo conoscitore dell’arte classica ma amava anche la sperimentazione. Suo un originale progetto di un ponte circolare sullo stretto di Messina presentato nel 1968
“ Quel progetto avrebbe evitato un rischio che vedo nell’attuale proposta – ci dice Raynaldo Perugini.
Se è vero, ripeto se è vero che l’attacco del ponte è 60 chilometri a nord di Villa San Giovanni sarà un disastro per la piccola economia che oggi ruota attorno ai moli degli imbarchi. Il ponte circolare avrebbe consentito, invece, di impiantare diverse attività come negozi e alberghi in grado di portare ricchezza in quell’area geografica”.


Alessandra Rissotto



