In Italia, ogni 100 mila abitanti, ci sono più di 5mila donne che soffrono di patologie autoimmuni. Alcune di quest’ultime, come la sclerosi multipla e artrite reumatoide possono migliorare in gravidanza, grazie agli alti livelli di estrogeni e progesterone ma possono degenerare in allattamento quando c’è il crollo dei livelli estrogenici ed aumenta la prolattina, l’ormone che favorisce la montata lattea ma che predispone il sistema immunitario alla secrezione di citochine infiammatorie. Di questo e altro abbiamo parlato con la dottoressa sestese Simona Nava, ginecologa e direttore del Centro Medico e Terapeutico Doctors & Doulas.
. Dottoressa quali sono le ultime stime sulle donne colpite da patologie autoimmuni. E quali le patologie con il più elevato numero? Come è aumentata l’incidenza negli ultimi anni?
“Le malattie autoimmuni sono tra le cause principali di morbosità e mortalità in giovani donne. Si contano 5000 casi di pazienti autoimmuni ogni 100 mila abitanti. La malattia autoimmune più frequente è l’artrite reumatoide che colpisce l’1% della popolazione. Le donne sono colpite con frequenza tre volte superiore rispetto agli uomini, mentre non vi sono differenze razziali né geografiche. Nell’80% dei casi l’esordio è tra i 35 e i 50 anni. Una maggior disparità di genere si osserva in alcune malattie come la sindrome di Sjögren, il lupus eritematoso sistemico, le malattie autoimmuni della tiroide e la sclerodermia, che presentano una frequenza 7-10 volte più elevata nelle donne rispetto agli uomini. Quanto alla sclerosi multipla, ha una prevalenza media dello 0,06%, ma è caratterizzata da una grande variabilità geografica. In Italia, si riporta una prevalenza di circa 40 casi per 100 mila abitanti e un’incidenza di circa 1,6 nuovi casi l’anno per 100 mila abitanti. La malattia è molto rara in Giappone (2/100.000); quasi sconosciuta in Africa mentre è comune in Scandinavia (queste disparità geografiche vengono spiegate dalla diversa concentrazione di vitamina D nelle varie popolazioni). La Sclerosi Multipla colpisce due volte più di frequente le donne e compare per lo più nell’età compresa fra l’adolescenza e i 35 anni. Negli ultimi anni le malattie autoimmuni hanno osservato un aumento generalizzato, in media dal 5 al 10% annui, specialmente in paesi del nord/ovest, rispetto a quelli del sud/est.
Dottoressa le ultime stime sulla mortalità infantile e materna pubblicate dall’Unicef e dall’Organizzazione mondiale della sanità evidenziano che ogni anno muoiono circa 3 milioni di donne incinte e neonati. Quali misure urgenti sarebbe necessario attuare?
“I dati dell’Istituto Superiore di Sanità, riferiti a cinque regioni campione, (Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia) dimostrano che ci sono grandi differenze regionali: i valori più bassi riguardano il Nord e la Toscana (6-10 morti per 100.000 nati vivi) ; quelli più elevati il Lazio (13 morti per 100.000 nati vivi) e la Sicilia (22 morti per 100.000 nati vivi). La ricerca ha evidenziato che il rischio di mortalità materna raddoppia quando l’età della donna è superiore ai 35 anni. Il taglio cesareo ha un rischio di morte 3 volte più alto di quello del parto spontaneo. Disordini ipertensivi della gravidanza ed emorragie, le cause più frequenti di morte. Sarebbe auspicabile abbassare l’età della prima gravidanza. Oggi, il 33% delle donne ha il primo figlio a più di 35 anni. Negli anni Settanta solo cinque donne su 100 erano over 35. Diventare mamme dopo i 35 anni aumenta il rischio d‘ipertensione arteriosa, dismetabolismi, malattie autoimmuni e aborti. Occorre ridurre il numero di tagli cesarei (l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce come utile una percentuale di tagli cesari non superiore al 15%). In molte regioni Italiane, soprattutto al sud, le percentuali arrivano fino al 70%. Ogni cesareo, successivo al primo, aumenta il rischio d’impianto anomalo della placenta nella successiva gravidanza, incrementando esponenzialmente la probabilità di avere una placenta previa e/o accreta. Questa condizione è, oggi, la principale causa di disastri in sala parto.”
Come la gravidanza può influire sulle diverse patologie autoimmuni?
“La gravidanza in genere determina un miglioramento della maggior parte delle patologie autoimmuni, in particolare artrite reumatoide e sclerosi multipla che, grazie agli alti livelli di estrogeni e progesterone, migliorano durante la gestazione per, purtroppo, peggiorare in allattamento quando avviene un crollo dei livelli estrogenici e aumenta la prolattina, l’ormone che favorisce la montata lattea ma che predispone il sistema immunitario alla secrezione di citochine infiammatorie. Le tiroiditi e il Lupus eritematoso sistemico possono invece peggiorare proprio durante la gravidanza (quando spesso avviene la prima diagnosi). Un eccesso di funzione tiroidea su base autoimmune (ipertiroidismo) può associarsi spesso a poliabortività o (se non trattato) a tireotossicosi neonatale. L’ipotiroidismo invece, non producendo a sufficienza l’ormone tiroxina, fondamentale per lo sviluppo neurologico del feto, può determinare una riduzione delle capacità cognitivo/intellettive del bimbo, fino all’estrema forma di deficit cognitivo noto come cretinismo.
Secondo Lei, la Comunità̀ Scientifica come sta affrontando la prevenzione e il trattamento delle patologie autoimmuni?
“La ricerca ha contribuito molto a migliorare le condizioni di donne affette da malattie autoimmuni, individuare cause e fare prevenzione. Ai vecchi farmaci, spesso utilizzati anche in gravidanza, come cortisone e idrossiclorochina (un antimalarico con forte potere immunoinibitore) sono stati affiancati farmaci biologici la cui introduzione ha determinato un notevole progresso nella terapia di alcune malattie reumatiche. Per la prima volta sono disponibili molecole in grado di bloccare selettivamente specifici mediatori del processo infiammatorio. Alcuni studi dimostrano che questi preparati hanno una potenza terapeutica superiore rispetto ai classici farmaci anti-reumatici. Tuttavia, non sono ancora da ritenere, anche per il loro costo elevato, un’alternativa ai farmaci anti-reumatici. Il loro impiego è consigliato nei pazienti con forme aggressive che non rispondono in maniera soddisfacente ai trattamenti convenzionali. Quest’ultimi composti non sono ancora sperimentati e quindi sicuri per l’uso delle donne gravide.
Per la prevenzione i pazienti trovano maggiori risposte tra i medici con una visione sistemica, capaci di valutare effetti epigenetici di precoci esposizioni a tossici o a stressogeni. Un articolo, pubblicato, nel 2015, su International Journal of Celiac Disease dal titolo “The World Incidence and Prevalence of Autoimmune Diseases is Increasing” riporta una *tabella che mostra la crescita annua di alcune malattie autoimmuni. Spicca su tutti l’incremento della malattia celiaca in Canada. Questo dato è da associare agli usi di prodotti chimici in agricoltura e, in particolare, all’uso del glifosato nella coltivazione del grano.
La vera prevenzione sarebbe l’eliminazione di questi tossici epigenetici e disturbatori endocrini piuttosto che la produzione di altri farmaci.”
La dott.ssa Simona Nava è nata a Sesto San Giovanni nel 1965. Ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia a pieni voti presso l’Università Statale di Milano nel 1990, quattro anni dopo si è specializzata in Ostetricia e Ginecologia presso la stessa Università.
Nel 1993 ha frequentato per un anno l’ospedale Pennsylvania di Philadelphia (USA) in qualità di Research Fellow e qui ha appreso tutte le tecniche di diagnostica prenatale e la gestione clinica delle gravidanze ad alto rischio. Ha frequentato per 10 anni l’Ospedale Mangiagalli di Milano, occupandosi di infertilità di coppia e di diagnosi prenatale e per due anni l’Ospedale Buzzi di Milano apprendendo dal Prof. Nicolini le tecniche invasive di diagnosi in gravidanze a rischio.
Negli anni successivi ha approfondito sempre più la capacità di diagnosi prenatale, ottenendo diverse certificazioni di competenza da parte della Fetal Medicine Foundation (FMF) e della Società Italiana di Ecografia in Osteticia e Ginecologia (SIEOG).



