Mancano pochi giorni al suono della prima campanella di quello che si prefigura come un anno scolastico memorabile.
Tanti i problemi, ricordiamone solo alcuni: mascherina obbligatoria dove e quando, misurazione della temperatura a casa o a scuola, mancanza di spazi sufficienti ad assicurare la distanza minima, dunque le lezioni potrebbero svolgersi nei luoghi più disparati come parrocchie, teatri, palestre, e, perché no, parchi o quant’altro.
Nulla è definito, nulla è chiaro, molto ricadrà sulle decisioni dei dirigenti scolastici subissati da decreti ministeriali da cui capiscono sostanzialmente che se la dovranno cavare da soli.
Due le preoccupazioni: fare il bene dei ragazzi ma soprattutto scampare dal rischio di dover difendere il proprio operato in tribunale!
E allora come fare? Quali soluzioni offrire all’utenza scolastica?
Varie le possibilità, vari gli escamotage messi in atto.
Qualche preside non ha esitato a realizzare modifiche strutturali, disponendo la rottura di tramezzi per realizzare aule più grandi, assicurando così la distanza e salvaguardando la lezione in presenza a tutta la classe. Soluzione auspicabile, laddove possibile. Eh sì… strano a dirsi, ma quello che i ragazzi desiderano di più in questo momento è tornare tra i banchi, possibilmente non a rotelle, rivedere i propri compagni di classe, ritrovare la socialità offerta dalla scuola, ascoltare la lezione in presenza guardando negli occhi gli insegnanti.
Ma c’è anche chi, tra i dirigenti scolastici, ha dovuto optare per la didattica mista, usando la famigerata DAD, la didattica a distanza, sin da subito: dividere le classi in due gruppi che si alterneranno, contemporaneamente ci sarà chi assisterà alla lezione in presenza e chi da casa secondo una rotazione stabilita, questa la soluzione più facilmente praticabile.
DAD di nuovo protagonista della scuola. E la didattica a distanza la farà da padrona anche nei casi di quarantena prevista per le classi dove un alunno o l’insegnante dovessero essere risultati positivi.
La domanda è d’obbligo: quanto è utile svolgere lezioni a distanza? La DAD può sostituire la didattica in presenza?
Sicuramente durante il lockdown la DAD ha rappresentato una soluzione necessaria, l’unica, ma sin da subito ha presentato molte criticità ed è stata ben lontana dall’offrire gli ottimi risultati che ci hanno voluto far credere possibili.
Che le lezioni debbano essere svolte in presenza lo hanno verificato, ma questo lo sapevano bene, in primis gli insegnanti, poi i genitori e, strano ammetterlo, gli alunni stessi.
Cosa non ha funzionato e cosa continuerà a non funzionare nella DAD? Quali i problemi emersi? Quali quelli di possibile soluzione e quali quelli irrisolvibili con cui fare i conti?
Chiunque abbia fatto esperienza diretta o indiretta della DAD avrà una sua risposta a queste domande.
Cerchiamo di prendere in analisi alcuni punti.
Innanzitutto, la DAD non è democratica.
Proprio così: il primo problema emerso è quello del divario digitale. Famiglie prive dei mezzi necessari, con più figli e con la necessità di utilizzare contemporaneamente il computer, tablet, cellulare che sia, con conseguente connessione insufficiente, laddove ci sia una connessione. Si potrà ribattere che le scuole hanno ricevuto finanziamenti per poter acquistare tablet messi a disposizione di coloro che ne hanno fatto richiesta. Ma le cose non sono sempre state facili. Primo scoglio, dichiarare di aver bisogno del tablet e tanti genitori, soprattutto molti figli hanno vissuto con disagio quest’aspetto; poi ritirare il tablet in piena pandemia, praticamente impossibile, allora riceverlo a casa, il che ha significato, nei piccoli centri abitativi, vedere non tutelata la propria privacy.
Per non parlare del problema dell’assenza di conoscenze informatiche di base.
No, la DAD decisamente non è democratica.
Analizziamo un altro aspetto, più prettamente didattico: come valutare le attività svolte in DAD, quali criteri seguire per assegnare agli alunni un voto quanto più possibile congruo?
Si è fin da subito reso necessario elaborare nuove griglie di valutazione, e fin qui niente di strano. Ma quanto un elaborato svolto a casa, con tutti gli aiuti possibili e immaginabili, può essere valutato in modo obiettivo? Per non parlare delle interrogazioni orali in video, vere e proprie scenette da sketch comico. Studenti che, in pieno panico di interrogazione di matematica, rendono visibile a tutta la classe, compresa la prof, la fonte… la pagina Google dove è risolto il quesito posto. O ancora, voci in sottofondo, di mamma, di papà o magari di un fratello maggiore che suggeriscono goffamente, tra gli sguardi imbarazzati del malcapitato e i risolini del resto della classe, oppure connessioni che cadono improvvisamente quando alla domanda non si sa rispondere.
Si potrà ribattere: da sempre, o quasi, i ragazzi cercano di sfangare l’interrogazione ricorrendo a tutti gli strumenti a loro disposizione… e sia.
C’è qualcosa però che costituisce il vero limite insormontabile: la mancanza del rapporto “de visu”. Manca il contatto visivo, il docente non può seguire gli alunni con gli occhi, cogliendo quei segnali fondamentali che gli permettono di instaurare un rapporto unico con ciascuno di loro. D’altra parte i ragazzi sono privati della fisicità dei loro insegnanti, non possono interagire in modo immediato, rischiano di alienarsi dietro lo schermo. E quanto sia ridotta la loro capacità di attenzione e di concentrazione è elemento ben noto!
La DAD ha rappresentato una necessità in un momento in cui non erano praticabili altre soluzioni. Ogni problema è stato affrontato e risolto passo per passo, grazie al senso di responsabilità dei tanti docenti che hanno fatto dell’insegnamento una vera e propria missione. Ha rappresentato una sorta di utile acceleratore nel processo di informatizzazione della scuola e difficilmente si tornerà indietro.
A questo punto torniamo al quesito iniziale, DAD sì o no?
La risposta viene da sé.
La funzione pedagogica di ogni insegnante è talmente complessa e fondamentale per l’età evolutiva dei ragazzi da non potersi ridurre ad una lezione attraverso un video, perché quello che si sacrifica innanzitutto è ciò di cui si sente più bisogno: le emozioni.
Rossella Cugliari


