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Cultura e musica tragicamente penalizzate anche nella Fase2 del coronavirus. Parla il maestro Giuseppe Sigismondi de Risio

Maggio 25, 2020

Gli artisti sono tragicamente penalizzati in questo periodo: chiusi i teatri, annullati gli spettacoli…Moltissimi musicisti, già quasi sempre sottopagati, sono a reddito zero. Ciò si aggiunge alla generale noncuranza, se non ostilità, verso l’arte e la cultura. L’arte, la sorgente creativa, è libertà, ritenuta pericolosa dai poteri che da sempre si sforzano di asservirla; le dittature estreme giungono a imprigionare e anche a far fuori gli artisti.

-Parliamo di cultura e di musica: chiedo a Giuseppe Sigismondi de Risio – direttore d’orchestra e direttore artistico di Et in Arcadia ego (una delle poche realtà indipendenti in Italia a produrre Opera e a commissionare nuovi lavori) – com’è oggi la situazione della cultura in Italia?

“La risposta dipende sensibilmente dalla prospettiva: una cosa è il valore che la nostra Costituzione affida alla cultura, un’altra è la situazione reale. Fra le diverse carte costituzionali la nostra è quella che sostiene più fortemente l’accesso alla cultura, cui affida il compito di formare il cittadino consapevole.

Giuseppe Sigismondi de Risio

Viene chiaramente espressa la convinzione che l’accesso alla cultura sia fondamentale per l’inclusione sociale dei cittadini, perché generatore di coesione e crescita sociale, e come sostegno al diritto alla ricerca della felicità e al perseguire le proprie inclinazioni.  Non ultimo a trovare lavoro.

Di fatto gli ultimi rapporti sui flussi finanziari mostrano come da decenni l’Italia sia fra i paesi che hanno più pesantemente disinvestito nei settori culturali, con danni gravissimi sulla qualità di vita e di pensiero degli italiani. Se tutte le dichiarazioni ufficiali degli amministratori locali e dei politici la considerano un asse strategico, nei fatti il primo oggetto dei tagli, in ogni fase di restrizione delle risorse della finanza pubblica, è la spesa culturale, e quasi mai ciò che viene sottratto viene poi ricostituito o reinvestito. Esistono studi che mostrano una correlazione precisa tra il livello di libertà, di benessere e di responsabilità (inclusa l’onestà fiscale) dei cittadini ed il loro livello culturale.

Leggevo oggi che sono stati stanziati circa tre miliardi di euro per sostenere, dopo l’emergenza virus, la compagnia aerea di bandiera, e la metà per l’intero comparto istruzione e cultura, comprese la scuola e l’università. Il dato parla da solo. Il problema è che, in Italia, siamo arrivati al punto che sia gli amministratori del potere sia i cittadini considerano cultura ed arte attività effimere, una sorta di lusso per intellettuali viziati. Non è così per il lusso consumistico: nella ricerca di riconoscimento sociale hanno maggiore efficacia oggetti costosi rispetto alla preparazione culturale, che ormai moltissimi non sanno neppure in cosa consista.

“L’assenza di considerazione parte dalla scuola, da tempo degradata e vituperata, ma anche da una visione che il potere ha della gestione del cittadino, considerato non parte integrante dello stato, ma quasi un intralcio da gestire. Il degrado del cittadino implica quello degli amministratori della cosa pubblica, fino ad arrivare a casi noti di stampo antidemocratico in cui il potere ha tutto l’interesse a che i cittadini siano ignorantissimi, e privi di senso critico, perché non vuole essere giudicato.

Giuseppe Sigismondi de Risio

La sensazione è che anche da noi spesso si preferisce investire soldi pubblici in qualche forma di “comunicazione”, in condizionamento del pensiero, in forme propagandistiche, piuttosto che nello sviluppo di una visione o di una coscienza critica”.

-In particolare, come vede la situazione musicale in Italia?

La situazione musicale in Italia dal punto di vista generale mi appare alquanto schizofrenica, ma sorprendentemente vitale. Da una parte c’è un’affluenza notevolissima ai conservatori e alle università, che propongono corsi sia tradizionali sia di stili diversi, come jazz e musica d‘uso, dall’altra c’è una sorta di rassegnazione all’idea che alla fine di questi complicatissimi, costosissimi, spesso onerosi percorsi si finisca in un calderone confuso, con poche prospettive e nessuna o minima considerazione sociale e professionale.

Le possibilità di sviluppo oggi sono basse, e in più è questo un settore in cui si disinveste, a livello pubblico e anche privato. Alcune importanti realtà imprenditoriali private che sostengono eroicamente e promuovono l’attività musicale sono fortunate eccezioni. Cionondimeno, per la mia esperienza il livello medio dei nostri musicisti è assai alto, sia di quelli accademici che non, è questo rappresenta un notevole punto di forza.

Tuttavia trovo che la produzione musicale italiana sia incastrata per lo più tra due direttrici principali: musica d’uso che tende ad imitare modelli consolidati, e musica d’arte che tende a vivere sulla rendita di capolavori che appartengono alla nostra tradizione storica.

In entrambi i casi, secondo me è necessario recuperare una identità, una fiducia espressiva, un coraggio, uno slancio diverso: incorporare tutta l’esperienza “sicura”, assimilarne il valore, ma spiccare il volo verso lavori più profondi, più sinceri, più liberi. Emanciparsi dalla paura del fallimento, del respingimento, della moda o dell’accademia stessa.

In questo senso, nella musica d’arte il cambiamento degli ultimi anni è stato piuttosto significativo: siamo stati attratti dalla scuola mitteleuropea per decenni, avvalorandola come una scuola iconoclasta, radicale. Ora siamo in una fase ulteriore in cui giovani compositori recuperano linguaggi, metodi e atteggiamenti anche precedenti, in maniera meno ideologica. Questo mi fa sperare. Non nego che confido anche nell’impatto sociale e culturale degli artisti italiani, nonostante la poca considerazione istituzionale. La musica in Italia è stata per secoli espressione altissima di civiltà: artisti, musicisti, intellettuali sono stati il collante sociale e la spinta del nostro Paese.

Si tratta di una eredità enorme che possiamo spendere, e far fruttificare in nuova creazione, ma occorre che all’entusiasmo dei musicisti corrispondano l’interesse delle istituzioni e l’intelligenza del pubblico”.

-E la musica, oggi?

“Il panorama stilistico, linguistico ed espressivo mi appare frammentato, però la musica pervade totalmente la vita della più parte delle persone. Il dato è sorprendentemente dissonante da quella che appare come una crisi del settore. Farei allora una riflessione su quale linguaggio è prevalente all’interno di questa capillarità. Sappiamo tutti che gli spettatori di un concerto pop possono essere centomila, contro numeri molto meno significativi vantati da altri generi. In ogni tipo di musica troviamo, come sempre, musicisti ottimi e musicisti meno, e sappiamo che il successo non sempre corrisponde alla qualità. Allora perché questo divario?

“Dal punto di vista strettamente artistico, mi sembra che viga, in quella parte della musica più diffusa e accettata, una certa sottocultura del disimpegno: a molti livelli, il piacere dell’impegno intellettuale è sottovalutato e l’atteggiamento generale verso la cultura accademica è aprioristicamente di rifiuto.

Il successo di una musica, l’ethos, è la capacità di detonare fortemente le emozioni di chi ascolta. L’ethos della musica pop, ad esempio, è indiscutibile: gli adolescenti, e non solo, ci si ritrovano perfettamente, e chi la realizza sa bene cosa fare per ottenere ciò che vuole. Il successo commerciale ne è la riprova e ne è la matrice, al contempo. La diffusione della musica pop risiede generalmente nel fatto che non crea né richiede particolare impegno ed è di immediata assimilazione. Non c’è assolutamente nulla di criticabile in questo, e non è raro scoprire vette altissime nei linguaggi più inaspettati.

Tuttavia, la musica d’arte si propone costitutivamente certi obiettivi e stilemi, e si concentra anche su altri aspetti più sottili; si propone di possedere un afflato spirituale intrinseco, per quanto possa sembrare una definizione fuori moda. Almeno sotto il profilo filosofico, questo comporta altre ambizioni: spostare l’ascoltatore in maniera durevole da una stasi interiore, ad esempio. Una esperienza che ci trasforma.

Giuseppe Sigismondi de Risio

“Sono convinto che l’arte è tale se accende una fiamma dentro di noi, se alimenta qualcosa che va al di là del riconoscimento locale, qualcosa di più grande di noi. Per molti è sufficiente il divertissement, lo spostamento dalla quotidianità; non occorre un obiettivo ulteriore. L’arte offre qualcosa in più, a chi la desidera; permette di riflettere sulle cose, il che non garantisce di solito la popolarità. Neppure la facilità: non si basa sull’offrire una risposta pronta, la risposta che si vuole sentire. Un artista ha bisogno della domanda, il suo ruolo è più simile a scovare questioni che a dare soluzioni emozionali prêt-à-porter.

Se non ci poniamo domande, se non mettiamo in discussione niente, il nostro intelletto sfiorisce. È come se esistesse una forza di gravità del mondo interiore: come uccelli in volo, se ad un certo momento non si agitano le ali, prima o poi si va giù.

Oggi vedo poche opere d’arte musicale che hanno reali ambizioni, trascendenti la sfera del quotidiano, e che propongano valori comuni elevati. Le espressioni di matrice popolare, che potrebbero portare uno spessore radicato e forte e che nella Storia hanno spesso rivitalizzato la musica d’arte, appaiono anch’esse in una fase di limitata ambizione. Le espressioni di matrice accademica talvolta sono attaccate alle gonne dell’ultima versione di una qualche scuola o tradizione, oppure fanno fatica a ritrovare una padronanza dell’ethos, del carattere, che permetta la creazione di una tavolozza vivida. Difficilmente vi trova posto la rappresentazione emozionale di panorami più ampi, come ad esempio la gioia. Quella che definisco solitamente “estetica dell’angoscia” è ormai una soluzione facile e ha fatto il suo tempo.

Giuseppe Sigismondi de Risio

“Non solo: ad esempio tra i massimi valori oggi riconosciuti alla musica ed all’arte in generale è la provocazione; ma la provocazione disadorna di perizia e di spessore cos’altro provoca se non un po’ di sorpresa o fastidio?

Non dimentichiamo che una cosa è l’arte, altra cosa è la sociologia dell’arte. La stessa arte concettuale ha un valore se i concetti sono elevati, altrimenti è sottocultura. Stesso discorso vale per le espressioni di rottura, per l’arte spontanea, per il pop. La gestione della complessità non può essere un disvalore, la nostra società considera ancora troppo importante l’apparire e non riesce a ridefinire l’essere.

Credo fermamente che come musicisti abbiamo il dovere di offrire la possibilità di un accesso all’inaccessibile. La musica è generosità; è nutrimento e soddisfazione della voglia di partecipazione; è esperienza, è visione, comunione, una dimensione potente, profonda, oggi si definirebbe “trasformativa”. Bisogna tornare ad avere coraggio, come musicisti, e rispetto, come cittadini”.

-Vede un possibile rimedio?

“Vedo un rimedio solo che sia di portata globale: che chi governa il Paese ci creda. In pratica il rimedio è un sostegno importante, non solo economico, alla scuola, all’istruzione superiore, alle attività culturali. Mostrare chiaramente rispetto per questo valore. Farsene portatori. Tutto parte dallo stesso punto, la rivoluzione della scuola, del sistema di formazione.

“Al momento l’orizzonte è deserto.

“Poi ci sono i grandi e piccoli teatri, che vanno tenuti in condizione di generare la bellezza che potenzialmente possono offrire. C’è la valorizzazione degli artisti. Le realtà anche meno istituzionali, gruppi di professionisti di alto livello, che agiscono con perseveranza per mantenere viva la creazione, e si muovono a livello internazionale ed interculturale, pur senza supporto dalle istituzioni. Il pubblico, che non abbia paura di lasciarsi coinvolgere nelle emozioni complesse. I singoli, i grandi e piccoli gruppi di artisti e di amanti dell’arte, che tengono vive tante fiammelle per, forse, costruire un futuro diverso”.

Federica Mormando

Federica Mormando

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